Quando Zio F. andava in moto |
Mio zio F. era, per noi ragazzi, un personaggio eccezionale.Reduce della prima guerra mondiale, spesso ci estasiava con i racconti delle sue imprese militari. Avevamo ormai perso il conto di quanti austriaci avesse ucciso con bombe a mano, baionette, mitragliate e forse anche a morsi, e ci domandavamo come diavolo avesse potuto fare l’Austria a resistere ben tre anni contro un simile eroe.
Molti di noi lo ricordano ancora quando, in occasione di ogni 4 novembre, radunava in piazza i suoi camerati e, con l’elmetto in testa, lui, che era il più alto in grado in quanto sergente maggiore, dopo avere fatto l’appello dei caduti concludeva ogni suo intervento, anche in tempi di Repubblica, con la frase “viva l’ITALIA viva il RE!” .
Ma lo spettacolo eccezionale era rappresentato dal vederlo fiero ed impettito sulla sua motocicletta, una MV AGUSTA. (In verità apparteneva al figlio V., mio cugino, che per motivi di lavoro abitava a Roma e che la aveva lasciata in custodia al padre). Questa moto era la croce e la delizia di zio F. che gli aveva anche “cuncordato” un rimorchio per la sua barca da tre metri che a noi ragazzini sembrava grande quanto l’Arca di Noè.
Il suo tormento era che la motocicletta fosse per lui troppo ingombrante e complessa. Non riuscendo a manovrarla per poter uscire direttamente dalla sua casa di via del mare, si vedeva infatti costretto a spingere il mezzo a braccia fino alla vicina piazza Incani dove, tra la divertita ammirazione di noi ragazzi, e la preoccupata premura della moglie, zia A., iniziava il solenne cerimoniale della partenza.
Dopo avere applicato una molletta da bucato sull’orlo del pantalone, si metteva in sella e, forse per un difetto della frizione, o chissà magari per la sua scarsa dimestichezza, dopo avere acceso il motore, scalciava con decisione sul pedale del cambio per innestare la prima marcia e la moto, scoppiettando, schizzava bruscamente in avanti.
Per anni, ogni mattina, lui partiva verso la sua cava di granito a Piscadeddus, sollevando nuvoloni di polvere in quanto, per garantirsi un buon equilibrio nella fase delicata della partenza, strisciava i piedi sulla strada sterrata per qualche centinaio di metri raggiungendo un normale assetto da viaggio solo in prossimità della casa di Mario Vollero. (A quei tempi la via Roma non era a senso unico come adesso). Inutile dire che questa sua particolare tecnica di partenza lo portava a cambiare più spesso le suole delle scarpe che le gomme della moto, ma di questo certamente non si lamentava Efisio BOI il suo calzolaio di fiducia.
Un giorno decise di portare il Sindaco di allora, sig. Melis meglio noto come “stampu nieddu” a visitare la cava. Arrivato puntuale in Piazza Incani spingendo a braccia come al solito la MV Agusta, fece accomodare il sindaco, assai più alto di lui, sul sedile posteriore e, sempre con gli stessi metodici gesti, dopo avere messo in moto, scalciò sul pedalino del cambio, avviando il rumoroso e scoppiettante mezzo verso Piscadeddus attraverso la tortuosa strada che costeggiava il mare, inseguito dalla solita nuvola di polvere.
Dopo qualche decina di minuti, arrivato a destinazione, si accorse con sgomento di avere perso il sindaco per strada! Disperatamente tornò indietro controllando ogni buca, ogni cunetta ogni cespuglio affacciandosi persino dalla scogliera verso il mare alla affannosa ricerca del primo cittadino: tutto inutile. Del Signor Melis nessuna traccia, pareva si fosse volatilizzato. Affranto rientrò a casa e confidò a quella santa donna di zia A. la sua disperazione.
“Povero sig. Melis, come farò a dirlo alla moglie?” ripeteva disperato…
Zia A. lo fece sfogare un po’ e alla fine affettuosamente lo tranquillizzò.
“Non ti preoccupare”, gli disse sorridendo,,, “signor Melis sta bene ed è già a casa sua”
“Ma come è possibile?” disse lui, “era seduto sul mio sedile posteriore e chissà dove lo ho perduto, deve essere caduto in mare!”
“Certo” rispose zia, “era seduto dietro di te ma aveva i piedi in terra,,, e quando sei partito, come sempre troppo bruscamente, la moto gli è passata sotto il sedere ed è rimasto li, dritto a gambe aperte al centro della piazza!”
G.C.
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