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giovedì 13 settembre 2007

L'agabbadora - La morte invocata

La storia si colloca nella Sardegna della prima metà del 1800, in una atmosfera socio-culturale nella quale fa spicco la figura della donna finitrice, la “femina Agabbadora”, la cui presenza è confermata da un'ampia documentazione letteraria e testimoniale, come si può evincere dalla bibliografia storico-antropologica in materia.
Il racconto ha preso spunto da una visita effettuata al museo etnografico di Luras, nel quale pare sia esposto il mazzuolo con il quale, secondo la tradizione, l’agabbadora poneva fine con un colpo alla tempia alle sofferenze atroci del malato terminale, su richiesta dello stesso o dei parenti più prossimi, qualora l'infermo non fosse stato più in grado di comunicare la propria volontà.


Gli studiosi della materia affermano che questa forma di eutanasia ante litteram ha trovato espressione in Sardegna fino al 1950 mentre alcune fonti letterarie confermano che le ultime agabbadore hanno operato questo ufficio "pietoso" a Luras e a Orgosolo anche nella prima metà del Novecento.
Qualche ricercatore contemporaneo ritiene, al contrario, che quella dell'agabbadora sia una realtà non provata da fonti ineccepibili, il che è perfettamente giustificato dal fatto che queste figure enigmatiche agivano nell'ombra protette dal riserbo della gente e compivano il rituale misterico in assenza di testimoni.
L'Autore, da parte sua, non sposa alcuna tesi ma cerca di penetrare la mentalità che rendeva possibile nei secoli passati -date le condizioni storiche e sociali dell'isola e la sopravvivenza di credenze e miti della tradizione pagana- l'ufficio pietoso dell'agabbadora, anticipatrice primitiva di un rito che oggi viene ripreso con ben altra coscienza e dottrina da filosofi, scienziati, sacerdoti. Il modo cruento di provocare la morte, quand'anche invocata dagli stessi soggetti annientati dal dolore, oggi suscita una comprensibile ripugnanza, ma nei secoli passati l'abbandono della vita veniva vissuto in modo diverso: mediamente non si viveva oltre i trent'anni, la mortalità infantile falciava sette bambini su dieci entro i primi cinque anni di vita, le epidemie di peste seminavano di morti paesi e città, le carestie ricorrenti e la conseguente povertà estrema affievolivano i legami di solidarietà familiare assimilando la scomparsa di un congiunto a una visione fatalistica meno tragicamente sofferta rispetto alla coscienza moderna. Per non dire poi delle molte malattie invalidanti o mortali per le quali non esistevano rimedi all'infuori di quelli offerti dalla medicina popolare e dallo sciamanesimo nostrano.



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