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mercoledì 27 giugno 2007

Quando Zio F. andava in moto

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Mio zio F. era, per noi ragazzi, un personaggio eccezionale.
Reduce della prima guerra mondiale, spesso ci estasiava con i racconti delle sue imprese militari. Avevamo ormai perso il conto di quanti austriaci avesse ucciso con bombe a mano, baionette, mitragliate e forse anche a morsi, e ci domandavamo come diavolo avesse potuto fare l’Austria a resistere ben tre anni contro un simile eroe.
Molti di noi lo ricordano ancora quando, in occasione di ogni 4 novembre, radunava in piazza i suoi camerati e, con l’elmetto in testa, lui, che era il più alto in grado in quanto sergente maggiore, dopo avere fatto l’appello dei caduti concludeva ogni suo intervento, anche in tempi di Repubblica, con la frase “viva l’ITALIA viva il RE!” .
Ma lo spettacolo eccezionale era rappresentato dal vederlo fiero ed impettito sulla sua motocicletta, una MV AGUSTA. (In verità apparteneva al figlio V., mio cugino, che per motivi di lavoro abitava a Roma e che la aveva lasciata in custodia al padre). Questa moto era la croce e la delizia di zio F. che gli aveva anche “cuncordato” un rimorchio per la sua barca da tre metri che a noi ragazzini sembrava grande quanto l’Arca di Noè.
Il suo tormento era che la motocicletta fosse per lui troppo ingombrante e complessa. Non riuscendo a manovrarla per poter uscire direttamente dalla sua casa di via del mare, si vedeva infatti costretto a spingere il mezzo a braccia fino alla vicina piazza Incani dove, tra la divertita ammirazione di noi ragazzi, e la preoccupata premura della moglie, zia A., iniziava il solenne cerimoniale della partenza.
Dopo avere applicato una molletta da bucato sull’orlo del pantalone, si metteva in sella e, forse per un difetto della frizione, o chissà magari per la sua scarsa dimestichezza, dopo avere acceso il motore, scalciava con decisione sul pedale del cambio per innestare la prima marcia e la moto, scoppiettando, schizzava bruscamente in avanti.
Per anni, ogni mattina, lui partiva verso la sua cava di granito a Piscadeddus, sollevando nuvoloni di polvere in quanto, per garantirsi un buon equilibrio nella fase delicata della partenza, strisciava i piedi sulla strada sterrata per qualche centinaio di metri raggiungendo un normale assetto da viaggio solo in prossimità della casa di Mario Vollero. (A quei tempi la via Roma non era a senso unico come adesso). Inutile dire che questa sua particolare tecnica di partenza lo portava a cambiare più spesso le suole delle scarpe che le gomme della moto, ma di questo certamente non si lamentava Efisio BOI il suo calzolaio di fiducia.
Un giorno decise di portare il Sindaco di allora, sig. Melis meglio noto come “stampu nieddu” a visitare la cava. Arrivato puntuale in Piazza Incani spingendo a braccia come al solito la MV Agusta, fece accomodare il sindaco, assai più alto di lui, sul sedile posteriore e, sempre con gli stessi metodici gesti, dopo avere messo in moto, scalciò sul pedalino del cambio, avviando il rumoroso e scoppiettante mezzo verso Piscadeddus attraverso la tortuosa strada che costeggiava il mare, inseguito dalla solita nuvola di polvere.
Dopo qualche decina di minuti, arrivato a destinazione, si accorse con sgomento di avere perso il sindaco per strada! Disperatamente tornò indietro controllando ogni buca, ogni cunetta ogni cespuglio affacciandosi persino dalla scogliera verso il mare alla affannosa ricerca del primo cittadino: tutto inutile. Del Signor Melis nessuna traccia, pareva si fosse volatilizzato. Affranto rientrò a casa e confidò a quella santa donna di zia A. la sua disperazione.
“Povero sig. Melis, come farò a dirlo alla moglie?” ripeteva disperato…
Zia A. lo fece sfogare un po’ e alla fine affettuosamente lo tranquillizzò.
“Non ti preoccupare”, gli disse sorridendo,,, “signor Melis sta bene ed è già a casa sua”
“Ma come è possibile?” disse lui, “era seduto sul mio sedile posteriore e chissà dove lo ho perduto, deve essere caduto in mare!”
“Certo” rispose zia, “era seduto dietro di te ma aveva i piedi in terra,,, e quando sei partito, come sempre troppo bruscamente, la moto gli è passata sotto il sedere ed è rimasto li, dritto a gambe aperte al centro della piazza!”
G.C.

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Uomini sul fondo

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STORIA DEL SOMMERGIBILISTA ANTONIO DIANA
L’otto ottobre 1940, all’inizio della 2 guerra mondiale, il sommergibile FOCA, al comando del capitano di corvetta Giliberto, lasciava la base di Taranto. Scopo della missione era quello di posare delle mine nelle acque della Palestina, allora controllate dagli inglesi. A bordo si trovava anche il capo cannoniere in seconda Antonio Diana di 27 anni. Aveva poco prima salutato e consolato dal pianto la giovanissima moglie Angela, (che lui chiamava affettuosamente LINA), sposata l’anno precedente, affidandole tutto il suo ultimo stipendio del quale si era tenuto solo 20 centesimi, - “per comprarmi il giornale” le aveva detto — e la fede nuziale con la promessa di donarla a S. Antonio in segno di ringraziamento appena fosse tornato dalla missione. Antonio ostentava in ogni circostanza una serenità dovuta sia alla profonda fede cristiana, - era molto devoto a S. Antonio — sia alla convinzione che la flotta sommergibile italiana fosse, così come era considerata a quel tempo, la più potente del mondo. Purtroppo, per lui e per tanti altri, gli eventi successivi dimostrarono che le cose non stavano affatto così...
Nato nel 1913 e cresciuto nella povera Villasimius di quegli anni, ebbe la fortuna di studiare sotto la guida di un un suo zio materno che era sacerdote — (la mamma si chiamava Angela Cogoni) - cosa che lo aiutò moltissimo per la sua carriera militare che intraprese a 16 anni andando a fare parte, con Enrico Masala ed altri, di quella che affettuosamente veniva chiamata nella sua base “la banda dei sardi”.
Tonino, viene prima imbarcato come cannoniere nella cacciatorpediniera “Ippolito Nievo” e, una volta promosso 2’ sottocapo entra a fare parte dell’equipaggio del sommergibile FOCA di stanza a Taranto.
In arsenale fa amicizia con Alfredo Rossi, un ex sottufficiale della Marina di origine algherese, il quale sentendolo parlare in sardo con degli amici, lo invita a casa a bere un bicchiere di vino.
La acerba bellezza di Lina, la figlia allora tredicenne di Rossi, unita al desiderio di avere un affetto stabile dopo tanti anni di girovagare, fanno sbocciare l’amore tra i due giovani i quali, dopo un lungo fidanzamento, si sposano il 3 Giugno del 1939.
Il lavoro e le missioni belliche lo portano spesso lontano dalla moglie: il suo battello è solitamente di stanza a La Spezia ma appena può corre a Taranto ad abbracciare le moglie che è rimasta al sicuro presso la famiglia.
La vita di bordo era assai dura. Si stava chiusi per settimane in un cilindro d’acciaio che si muoveva nelle profondità marine, in uno spazio fisico ridotto talvolta a meno del minimo indispensabile. L’atmosfera respirata era pregna di odori, di puzza di gasolio, di lubrificante, di umido, di metallo, di umanità. La privacy era, ovviamente, sconosciuta e sul battello c’era a disposizione un solo locale igienico per tutto l’equipaggio. L’acqua era un bene inestimabile da consumarsi con molta parsimonia e il cibo, per settimane, assumeva un sapore costante e uniforme.
C’era la guerra e su tutto e tutti aleggiava la falce di quella “Monna Morte” che i sommergibilisti cantavano, quasi ad esorcizzare la paura, in una loro canzoncina che oggi appare retorica e un pò patetica.
Lina aspettò inutilmente il marito per settimane fino a quando dal Comando le fecero sapere che il sommergibile era disperso e che non c’era più alcuna speranza. L’ormeggio riservato al FOCA venne assegnato ad un altro battello.
Si disse che la causa più probabile sia stata la esplosione prematura di una delle mine che si era intenti a posare. Contrariamente ad altri sommergibilisti dati per morti e riapparsi alla fine della guerra, Tonino non tornò mai da quella missione nelle acque della Palestina. Lui e i suoi compagni furono inghiottiti sul fondo del mare senza avere neppure il tempo di organizzare qualunque tipo di manovra di emergenza. Da allora riposa rinchiuso nella sua urna di acciaio squarciato, e di lui resta solo qualche foto ingiallita e la sua medaglia
E ancora oggi con i suoi novanta anni Lina, quasi a riscatto del forte dolore subito, accarezza teneramente il sogno del principe azzurro della sua gioventù.


N.D.R. LA SIGNORA LINA, VEDOVA DEL SOMMERGIBILISTA ANTONIO DIANA, QUESTA ESTATE CI HA FATTO UNO SPLENDIDO REGALO VENENDO A VISITARCI A VILLASIMIUS.

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martedì 26 giugno 2007

Il filo di Arianna

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Scrive la nostra compaesana, e scrive bene, tanto che i suoi lavori hanno varcato i confini insulari e raggiunto, per un concorso letterario nazionale, la secolare Sicilia, figlia della Magna Grecia e madre della lingua italiana. Il primo premio per il concorso intitolato al Nobel per la letteratura Luigi Pirandello, è stato infatti assegnato a Monica Steeden per la sua novella "IL FILO DI ARIANNA". Obbiettivo della manifestazione era quello di individuare, tramite un breve racconto, i temi fondamentali del pensiero dell’autore siciliano. Lo scritto narra le vicissitudini e il viaggio di un uomo dentro se stesso, in contemporanea ad un viaggio fisico in una Londra meno appariscente e più umana. La lettura è fluida e scorrevole tanto che, con dieci pagine nella mano sinistra, ci si ritrova in men che non si dica perfettamente immersi nel mondo del protagonista e immedesimati in lui, con i suoi contrasti e le sue debolezze. Molte altre sarebbero le cose da dire, per uno scritto che affronta temi fondanti, i quali traspaiono attraverso pensieri e figure linguistiche originali. Lasceremo comunque che sia la vostra lettura..., e non potrebbe essere altrimenti, a dare una risposta al quesito indiretto insito nel finale. E’ entusiasmante constatare come l’amore per il sapere, la riflessione, il confronto rinascano, ancora una volta attraverso la cultura, non intesa come sterile esercizio esibizionistico, ma quella vera profonda al servizio di tutti. Non sono purtroppo tanti a Villasimius i giovani che con grandi sacrifici da parte della propria famiglia e personali si istruiscono. Saremo in grado di dare a questi ragazzi delle prospettive reali, in modo che siano utili a se e agli altri? Quando avremo questa risposta probabilmente conosceremo la direzione che avrà preso la nostra comunità. Vogliamo comunque dare il giusto risalto ad un episodio apparentemente marginale ma che rappresenta non solo un importante segnale del fatto che chiunque può esprimere le proprie idee, ma anche un riconoscimento: un riconoscimento per tutti coloro che si impegnano a migliorare se stessi senza calpestare gli altri, per tutti coloro che a volte il sabato sera stanno a casa perché hanno da studiare, per tutti coloro che hanno capito che i veri vincitori sono quelli che gareggiano con se stessi. Dovremmo scolpire sui nostri graniti le parole che SIBA SHAKIB ha scritto nel suo bellissimo romanzo “ AFGHANISTAN dove Dio viene solo per piangere”: “Tutto questo è potuto accadere solo perché non sappiamo ne leggere ne scrivere, perché crediamo a chiunque si presenti a noi con un foglio in mano e ci dica ‘a partire da oggi questa è legge’. Noi siamo un popolo di ciechi. Chiunque può fare di noi ciò che meglio crede … Chi è in grado di vedere riesce a capire da solo dove si trova e può scegliere da solo se davvero è li che vuole restare. E può vedere da solo dove sta andando … per me è già troppo tardi ma voglio che i miei figli imparino a leggere e scrivere. Voglio che loro imparino a decidere da soli ciò che è bene e ciò che è male, a riconoscere chi dice bugie da chi dice la verità”.

(Nella foto: Monica ritira a Catania il prestigioso riconoscimento dalle mani del presidente della giuria. Novembre 2006.)

A.C.

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Il Porto Turistico di Villasimius

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DALLA OCCASIONE MANCATA ALLA POLPETTA AVVELENATA
Contrariamente alle aspettative dei suoi promotori il porto turistico di Villasimius, per una serie di problematiche in parte ancora irrisolte, in questi primi anni di attività non è affatto riuscito ad integrarsi con il resto del territorio e del tessuto produttivo locale con i quali intrattiene rapporti sporadici.
Secondo l’ambizioso disegno originale, la sua realizzazione avrebbe dovuto invece favorire il definitivo salto di qualità della nostra offerta turistica ammalata di nanismo, individualismo e improvvisazione. La struttura portuale doveva essere un ponte gettato tra mare e paese, creare interessanti opportunità per gli operatori locali e promuovere una forte ricaduta positiva su tutta la nostra economia. Erano i primi anni 90 ed eravamo tutti ottimisti: si stava finalmente realizzando il miracolo da sempre in lista d’attesa...
Il sistema prescelto per la assegnazione dei lavori, quello della concessione, prevedeva l’affidamento diretto – e cioè senza gara d’appalto - ad una società specializzata, la SARMAR, che avrebbe provveduto al reperimento dei fondi, alla predisposizione del progetto, alla realizzazione e consegna dell’opera; il tutto senza alcun onere per il Comune.
L’intuizione era felice e l’obiettivo condivisibile: “programmazione, progettazione, realizzazione degli interventi occorrenti alla realizzazione di un sistema integrato di opere a difesa ambientale di infrastrutture e servizi per la portualità turistica nell’area comunale di Villasimius”. Importo previsto: circa cinquanta miliardi delle vecchie lire tutti finanziati dallo Stato.
I lavori, iniziati nel dicembre del 1991, venivano ultimati, tra ritardi e problemi di vario tipo, nello stesso mese del 1997: a quel punto si doveva solamente mettere in funzione l’ingombrante giocattolo e raccogliere i frutti dell’investimento.
Ma la gestione di una struttura così complessa richiede delle specifiche competenze professionali oltre che capacità economiche di tutto rispetto: da parte della imprenditorialità locale era invece nel frattempo totalmente mancato qualunque tentativo di attrezzarsi per cogliere la opportunità che si stava prospettando. Al momento decisivo sono quindi venuti meno i presupposti indispensabili per favorire il suo inserimento in ruoli che non fossero di subalternità.
Chi ha avuto in affidamento la gestione del porto fino al 2007 da parte del Ministero Della Marina Mercantile è la società “Marina di Villasimius”. Solo il 5% della società fa capo ad operatori privati locali mentre Il 35% delle quote è detenuto dal Comune che ha, all’interno del Consiglio di Amministrazione, i propri delegati. Di questi signori quasi nessuno conosce con esattezza identità, ruolo, affinità con la nostra comunità ed eventuali competenze in materia. E nulla si sa della loro concreta attività a tutela dei nostri interessi.
Grazie soprattutto alla nostra vocazione alla autoesclusione, anche questa storia rischia quindi di rappresentare un ulteriore capitolo dell’infinito processo di colonizzazione delle nostre risorse, un sostanziale fallimento degli obiettivi che ci eravamo posti, la ennesima occasione mancata.
Fino a qualche giorno fa ci consolavamo col fatto che, in fondo, a noi tutto questo non era costato nulla.
E invece la vicenda, che ormai avevamo rimosso dalla nostra coscienza collettiva, è balzata nuovamente, e inaspettatamente, agli onori della cronaca locale. Secondo quanto riportato dall’Unione Sarda del 12 Aprile scorso la SARMAR vanterebbe ancora un credito di cinque milioni e quattrocentomila euro verso il Comune di Villasimius nei confronti del quale pare sia anche stato emessa una ordinanza - poi sospesa - di sequestro giudiziario da parte del Tribunale di Cagliari.
Con una cifra del genere - che a conti fatti corrisponde a 1.700 Euro per ogni cittadino di Villasimius, compresi centenari e neonati - si potrebbero costruire due scuole o, a scelta, quattro case per gli anziani.
L’enorme debito risulta oggettivamente al di fuori della disponibilità economica del nostro Comune che pure non è certo il più povero d’Italia. Gli introiti della Bucalossi, dopo un lungo periodo di vacche grasse, tendono ormai allo zero e la gestione del municipio, che assorbe gran parte delle risorse disponibili, ci costa annualmente per la sola erogazione dei servizi essenziali 7,6 Milioni di Euro dei quali 2,3 milioni per le retribuzione del personale dipendente.
Questa situazione ha destato molta preoccupazione in paese: in tanti ritengono paradossale il fatto che - dopo la beffa della sparizione della Spiaggia del Riso causata da una imprevedibile e anomala mareggiata, (forse uno Tsunami) - i cittadini siano chiamati a pagare per un porto che non appartiene al Comune di Villasimius ma al Ministero della Marina Mercantile che ne incasserà il canone d’affitto. E pare che non ci siano altre vie d’uscita se non la improbabile pietà dei nostri creditori.
Da parte sua il Sindaco, in un recente Consiglio Comunale, ripercorrendo tutta la storia, ha puntualizzato che:
- Ci sono buone prospettive affinché le competenze sulla gestione del Porto passino dal Ministero della Marina Mercantile alla Regione Sardegna – e quindi al Comune – in quanto non esiste alcun interesse di tipo militare, doganale o commerciale che giustifichino un controllo diretto sulla struttura portuale da parte dello Stato.
- E’ in corso un contenzioso, in merito alla proprietà di alcune strutture commerciali a terra, tra il Comune di Villasimius e il Ministero. In caso di esito positivo tali immobili entrerebbero a fare parte a pieno titolo del patrimonio municipale.
- Il debito rivendicato dalla Sarmar non è dovuto a dolo, leggerezza o errori da parte degli organi tecnici ma dalla sfavorevole evoluzione della giurisprudenza in merito alla regolazione dei rapporti tra Enti Concessionanti e Concessionari che ha dichiarato illegittime alcune norme sul contenimento dei costi che tutelavano gli Enti Pubblici.
- Sono in corso trattative per una ricomposizione bonaria della vertenza con la Sarmar sulla base di una riduzione del debito a quattro milioni e settecentomila euro da pagare in due tranches.
- Le opere pubbliche programmate – in particolare scuola e parcheggi – andranno comunque realizzate nei tempi previsti.
- Non verranno aumentate le tasse locali – ICI e addizionale IRPEF - ne quest’anno e neppure il prossimo.
- Per pagare il debito verranno prevalentemente utilizzati fondi “esterni al bilancio” comunale, non necessariamente mutui: si cercherà di recuperare risorse da ciò che resta della Cassa per il Mezzogiorno
- In ogni caso, se venisse confermata la competenza sul porto da parte del Ministero della Marina Mercantile dovrà essere questa ultima a farsi carico del debito rivendicato dalla Sarmar.
Le parole del Sindaco regalano speranze ma non ci tolgono l’unica certezza: comunque la si giri dobbiamo pagare un debito che condizionerà pesantemente le politiche di investimenti per prossimi anni e sottrarrà risorse da destinare ai servizi per i cittadini. Anche se in due tranches e con lo sconto il Comune dovrà anticipare in tempi stretti una cifra consistente: da dove verranno reperiti i fondi “esterni al bilancio”? Sarà davvero possibile evitare di accendere nuovi mutui e lasciare sul piatto dei cittadini questa polpetta avvelenata? E visti i solenni impegni a suo tempo disattesi quale credito dare alle dichiarazioni relative al nuovo edificio scolastico? Verrà mai sistemata l’area di via del Mare sulla quale c’era la scuola e che ora sembra una piazza bombardata di Baghdad? E con quali tempi?
Vogliamo crederci ancora una volta. Tuttavia, pur senza volere entrare nel merito di eventuali responsabilità, molta gente mentre si domanda cosa abbia fatto di male per meritarsi questa punizione, avrebbe almeno gradito che le fosse stato risparmiato di venire a sapere la verità dai giornali.
E proprio a questo proposito, è opportuna una riflessione sugli attuali rapporti tra istituzioni e cittadini.
Durante il Consiglio Comunale Il Sindaco si è lamentato del fatto che la popolazione è stata allarmata dalle voci fuori controllo che sono circolate sulla situazione debitoria del Comune.
Ha certamente ragione ma dovrebbe anche riconoscere che, prima che ci arrivassero i giornali, poco o nulla è stato fatto per tenere informata in modo corretto la pubblica opinione su quanto stava accadendo.
Non si capisce infatti per quale motivo - benchè l’atto ufficiale, che sanciva il credito della Sarmar, fosse noto fin dal 2004 - la situazione sia stata tenuta accuratamente nascosta quasi si trattasse della gravidanza indesiderata di una fanciulla di buona famiglia. Eppure i cittadini di Villasimius, anche se si aspetterebbero che la politica risolvesse i problemi e non che ne creasse degli altri, sono abbastanza grandi da capire le cose quando vengono dette con chiarezza. E’ solo la mancanza di certezze e di trasparenza che alimenta le leggende metropolitane e le voci incontrollate.
Al di la del caso specifico, seppure grave, riteniamo che esista un problema più generale. Comunicare significa trasmettere ma anche ascoltare. L’ apprezzabile sito web del Comune di Villasimius non colma ma rende ancora più evidente il deficit di capacità comunicativa accertato nel DNA di questa Amministrazione. Ad essa va riconosciuto di lavorare talvolta con impegno, ma anche contestato di non essere mai stata capace, dopo la rapida evaporazione dei partiti che in linea teorica la sostengono, di portare alla luce la sua azione né di suscitare alcuna passione attorno al suo operato.
E così mentre da un lato a questo paese serve più politica con la P maiuscola, dall’altro nessuno svolge più alcuna azione di collegamento tra società civile e Istituzioni le quali, in un clima di indifferenza generale e in felice solitudine, danno risposte senza ascoltare le domande.
Con la stagione estiva alle porte, tra qualche settimana nessuno parlerà più di questa disgraziata vicenda che avrebbe potuto invece rappresentare una buona occasione per riflettere tutti insieme sulla nostra democrazia incompiuta, e provare a riavvicinare la gente ad un palazzo che oggi viene percepito sempre più lontano. L.G.

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La purga di Abbanoa

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Allarme rientrato, dopo circa un mese, sulla potabilità dell’acqua della rete urbana di Villasimius per la quale era stato proibito l’uso umano con l’0rdinanza sindacale n. 5 che citiamo: “IL SINDACO ….. ORDINA IL DIVIETO CAUTELATIVO IN TUTTO IL TERRITORIO COMUNALE DI USARE L’ACQUA PROVENIENTE DALL’ACQUEDOTTO COMUNALE PER USO UMANO DIRETTO E PER LA PREPARAZIONE DI ALIMENTI, PUÒ ESSERE UTILIZZATA PER IL LAVAGGIO DELLA FRUTTA E DELLA VERDURA E PER TUTTI GLI USI DOMESTICI”. Davvero non si capisce come al gestore unico Abbanoa venga consentito di lasciare un intero paese senza acqua potabile per oltre un mese. Ci saremmo augurati che nella circostanza l’Ente avesse dimostrato la stessa efficienza e tempestività a suo tempo esibita nel minacciare gli utenti di sanzioni, pretendendo da loro adempimenti che non erano dovuti e usando toni arroganti e intimidatori nello stile delle peggiori burocrazie borboniche. E poi, pazienza per la sintassi cagionevole esibita nel bando, ma il reale significato di “uso umano diretto” - (per bere? per lavarsi? per entrambi?) - forse sarebbe valsa la pena di spiegarlo meglio. Se davvero questi Cloriti erano così pericolosi con un piccolo sforzo si sarebbe potuto rendere l’Ordinanza un poco più chiara e comprensibile in modo tale da non lasciare la gente incerta su cosa fare. E se invece non lo erano, perché creare questa inutile confusione?

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