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domenica 16 settembre 2007

Figli di un Dio minore

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Arriva l’estate e puntualmente a Villasimius si presentano i soliti problemi; oggi ci limitiamo a parlare dei parcheggi a pagamento, vista la lettera di protesta presentata in Comune da molti cittadini e le proteste che ci sono pervenute. Premesso che siamo convinti sulla utilità dei parcheggi a pagamento, riteniamo tuttavia che essi vadano attuati con criterio e buon senso.
Proviamo a fare alcune considerazioni: I residenti che hanno sempre usufruito liberamente delle proprie spiagge, all’improvviso con l’arrivo dell’estate sono obbligati a pagare. Devono pagare la sosta su strade sterrate e prive di qualsiasi servizio.

Non sarebbe stato più giusto mantenere in queste aree una parte di parcheggi liberi e creare altrettante aree a pagamento ma con servizi?
I residenti, e non, che per andare a lavorare hanno bisogno della loro auto, mentre prima e giustamente non pagavano, con l’arrivo dell’estate si trovano a dover spendere una bella somma. Da una parte di via Umberto a proseguire per via Del mare e relative traverse, Villasimius è tutta colorata di blu. C’è da dire che in quest’area ci sono negozi, banche, posta e Comune, per cui esiste un bel numero di persone che per lavoro hanno necessità della macchina. E’ giusto che chi va a lavorare debba anche pagare o farsi diverse centinaia di metri a piedi? Non sarebbe stato giusto lasciare libero il parcheggio di Rokkaria, (che infatti è quasi sempre vuoto), in modo da non congestionare il traffico in via Del mare? Il Comune cosa ha fatto per andare incontro a queste esigenze? Ci risulta che pure i suoi dipendenti che hanno bisogno dell’auto sono costretti a pagare o trovare un posto lontano; ma non dovrebbe anche il Comune avere una proporzionata area di parcheggi?
C.C. (da "trasparenze luglio 2006")

giovedì 13 settembre 2007

L'agabbadora - La morte invocata

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La storia si colloca nella Sardegna della prima metà del 1800, in una atmosfera socio-culturale nella quale fa spicco la figura della donna finitrice, la “femina Agabbadora”, la cui presenza è confermata da un'ampia documentazione letteraria e testimoniale, come si può evincere dalla bibliografia storico-antropologica in materia.
Il racconto ha preso spunto da una visita effettuata al museo etnografico di Luras, nel quale pare sia esposto il mazzuolo con il quale, secondo la tradizione, l’agabbadora poneva fine con un colpo alla tempia alle sofferenze atroci del malato terminale, su richiesta dello stesso o dei parenti più prossimi, qualora l'infermo non fosse stato più in grado di comunicare la propria volontà.


Gli studiosi della materia affermano che questa forma di eutanasia ante litteram ha trovato espressione in Sardegna fino al 1950 mentre alcune fonti letterarie confermano che le ultime agabbadore hanno operato questo ufficio "pietoso" a Luras e a Orgosolo anche nella prima metà del Novecento.
Qualche ricercatore contemporaneo ritiene, al contrario, che quella dell'agabbadora sia una realtà non provata da fonti ineccepibili, il che è perfettamente giustificato dal fatto che queste figure enigmatiche agivano nell'ombra protette dal riserbo della gente e compivano il rituale misterico in assenza di testimoni.
L'Autore, da parte sua, non sposa alcuna tesi ma cerca di penetrare la mentalità che rendeva possibile nei secoli passati -date le condizioni storiche e sociali dell'isola e la sopravvivenza di credenze e miti della tradizione pagana- l'ufficio pietoso dell'agabbadora, anticipatrice primitiva di un rito che oggi viene ripreso con ben altra coscienza e dottrina da filosofi, scienziati, sacerdoti. Il modo cruento di provocare la morte, quand'anche invocata dagli stessi soggetti annientati dal dolore, oggi suscita una comprensibile ripugnanza, ma nei secoli passati l'abbandono della vita veniva vissuto in modo diverso: mediamente non si viveva oltre i trent'anni, la mortalità infantile falciava sette bambini su dieci entro i primi cinque anni di vita, le epidemie di peste seminavano di morti paesi e città, le carestie ricorrenti e la conseguente povertà estrema affievolivano i legami di solidarietà familiare assimilando la scomparsa di un congiunto a una visione fatalistica meno tragicamente sofferta rispetto alla coscienza moderna. Per non dire poi delle molte malattie invalidanti o mortali per le quali non esistevano rimedi all'infuori di quelli offerti dalla medicina popolare e dallo sciamanesimo nostrano.



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domenica 9 settembre 2007

Villasimius, il Paese dei Balocchi

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LA SCARSA SCOLARIZZAZIONE DEI NOSTRI GIOVANI STA PORTANDO ALLA EMARGINAZIONE PROFESSIONALE E SOCIALE DI UNA INTERA GENERAZIONE

Ancora una volta spetta alla Sardegna la maglia nera per la istruzione in Italia. E se il censimento effettuato nel 2001 vede nuovamente l’Isola all’ultimo posto tra le regioni per numero di diplomati e laureati, Villasimius è il paradiso del precariato culturale.
Secondo il FORMEZ, il numero di diplomati nel nostro paese è appena la metà della media provinciale; quello dei laureati è addirittura un quarto.
In Italia il 73% degli studenti che si iscrive alle scuole superiori riesce a conseguire il diploma mentre a Villasimius solo il 30-35% arriva al traguardo.

Il fenomeno dell’uscita anticipata dei ragazzi dal sistema scolastico, chiamato tecnicamente “dispersione scolastica” o “drop out”, è in genere dovuto a diversi fattori tra i quali il disagio personale tipico della età. E'una forma d’insuccesso che si verifica quando gli studenti non riescono a esprimere pienamente il loro potenziale d’apprendimento e a soddisfare i propri bisogni formativi. Il distacco dalla scuola è l’ultimo atto di un processo che inizia con la disaffezione, disinteresse, demotivazione, noia, disturbi comportamentali.
Oltre che nelle metropoli meridionali, la dispersione è presente in modo significativo nelle zone caratterizzate da notevole vitalità dei sistemi produttivi locali, a Villasimius come nel ricco NORDEST d’Italia. L’abbandono, in questi casi, è da quindi considerarsi anche come una paradossale conseguenza dello sviluppo economico, al quale devono sommarsi:
- La significativa distanza e la non elevata qualità delle infrastrutture scolastiche;
- L’appagamento di molti dei nostri ragazzi, che non sempre sono disposti a sacrificarsi per avere ciò che noi genitori non gli facciamo comunque mancare;
- La loro incapacità a gestire i piccoli insuccessi anche a causa della assenza, sul territorio, di qualunque attività volta al sostegno e al recupero scolastico;
- La tendenza a trasformare ogni difficoltà in un comodo alibi per abbandonare precocemente gli studi.
- I messaggi negativi che spesso arrivano dai modelli comportamentali cui loro si ispirano.
Una volta conseguita la terza media, e quindi assolto l'obbligo formativo, molti giovani di Villasimius, dopo un timido tentativo di proseguire la carriera scolastica, preferiscono allora immettersi nel mondo del lavoro, da noi particolarmente vivace sia nel settore turistico che in quello della edilizia. Pur di farlo, accettano posizioni di subordine, prevalentemente stagionali e precarie, quindi poco o nulla qualificate.
E’ naturale quanto per loro sia forte la tentazione di orientarsi verso la scorciatoia del “tutto e subito”: soldi in tasca, tempo libero, scarso impegno mentale e tanti altri piccoli vantaggi. Insomma una pacchia.
Questo fenomeno, se ha nell'immediato riflessi positivi, in quanto consente a molti di loro di conquistare in tempi brevi una certa indipendenza economica, crea in prospettiva uno scenario preoccupante.
La più immediata conseguenza sarà che, nel giro di un decennio, una intera generazione verrà emarginata dai livelli elevati della scala occupazionale e quindi sociale. I nostri ragazzi, i cittadini del domani, dovranno infatti confrontarsi con un mercato del lavoro ormai aperto o, come si usa dire ora, globalizzato. Senza una idonea preparazione professionale e culturale non solo saranno fatalmente destinati ad essere tagliati fuori dalle posizioni che contano, ma faranno anche fatica a difendere quelle occupazioni che tanto facilmente hanno conquistato.
Oggi abbiamo sulla terra quasi un miliardo di adulti incapaci di leggere un libro o di scrivere la propria firma: queste persone, il cui numero è in continuo aumento, sono fin d’ora condannate a vivere nelle condizioni più disperate di povertà. Sono gli “analfabeti funzionali del mondo”, ai quali viene assicurato, non per caso, il solo bagaglio di competenze strettamente necessario per l’inserimento in impieghi saltuari e poco qualificati.
Essi sono la riprova di come la disuguaglianza educativa sia ancora un mezzo per creare, a livello planetario, un nuovo proletariato e legittimare ulteriori e forme di divisione sociale. A questa massa di disperati, che ormai pressano alle nostre frontiere, i nostri giovani dovranno contendere tra qualche anno il loro precario posto di lavoro. E intanto, nonostante le potenzialità umane locali non siano affatto inferiori rispetto ad altrove, la nostra capacità di contare in casa nostra si sta sempre più riducendo: a Villasimius si assiste da tempo alla sistematica importazione dall’esterno di “risorse umane”, che stanno progressivamente occupando i punti sensibili della nostra economia e delle nostre istituzioni. Sono le figure professionali che non ci siamo mai preoccupati di pianificare in modo organico: si pensi ad esempio ai ruoli chiave di direttore del Porto e a quello dell’Area Marina Protetta.
Quanti medici, architetti, avvocati, laureati in generale ha prodotto Villasimius negli ultimi venti anni? Quanti direttori di Banca, dirigenti di Enti pubblici e privati, ufficiali delle forze armate, e personale direttivo? Pochi, pochissimi. Tuttavia il fenomeno dell’abbandono scolastico non va temuto solamente in una banale ottica di profitto economico. Ci sono anche altri importanti valori di cui è portatrice la scuola. L’istruzione non può infatti essere riconducibile esclusivamente ad una via per guadagnare più soldi ma è il bagaglio fondamentale di un cittadino del domani. Abbiamo bisogno di cittadini colti e consapevoli, che abbiano capacità creative e intelligenza critica, che siano capaci di negoziare e gestire i conflitti e sviluppare senso di responsabilità.
Paradossalmente le grosse opportunità economiche ed occupazionali che il nostro paese offre stanno diventando la corda con la quale si sta impiccando il nostro sistema sociale e le nostre radici culturali. Stiamo allevando una generazione che difficilmente sarà in grado di esprimere una classe dirigente all’altezza delle potenzialità del nostro territorio e delle sfide che lo attendono. Nella odierna società della conoscenza il vero capitale è rappresentato dalla risorsa “istruzione”: rinunciarvi a priori è quindi una forma di autoesclusione. L’abbandono scolastico è quindi solo la fase iniziale del pericoloso processo degenerativo in atto nella nostra comunità. Ed è grave che qui a Villasimius non si abbia la benché minima consapevolezza della serietà della situazione o, peggio ancora, che si faccia finta di nulla.

Cosa fare allora ? Chi dovrebbe farsi carico del problema?

Sicuramente si rende necessario un intervento delle istituzioni presenti sul territorio, quindi Scuola ed Ente Locale. E’ infatti evidente che le famiglie non possono essere lasciate da sole ad affrontare ognuna il proprio problema: l’esperienza insegna che poche sanno come comportarsi e , in ogni caso, non tutte possono permettersi di sostenere le spese che comportano gli interventi di recupero personalizzato.

Potrebbe essere utile l’attivazione di una sorta di “servizio - doposcuola”, pubblico e gratuito, organizzato sulla falsariga di quanto offrono, a pagamento, gli istituti privati. Se ben gestito rappresenterebbe un efficace strumento di sostegno per i nostri studenti degli istituti superiori i quali, specie nei primi anni, sono spesso disorientati e confusi. In questo modo potrebbero invece essere seguiti, nello studio e nello svolgimento dei compiti, da insegnanti professionisti, opportunamente incentivati. Si potrebbe anche pensare alla istituzione del “Tutor”, una particolare figura che rappresenti il punto di riferimento per le attività di ogni singolo allievo all’interno del doposcuola e che intrattenga anche stretti rapporti con i rispettivi istituti di appartenenza.

Non ci illudiamo certo che questa iniziativa, da sola, possa essere risolutiva, ma almeno si darebbe un primo segnale di attenzione verso un problema che rappresenta, per il nostro paese, una vera e propria bomba ad orologeria. Non abbiamo idea di come si possano individuare le risorse finanziarie ma riteniamo che non dovrebbe essere difficile, in un bilancio Comunale di tredici milioni e passa di euro, reperirne poche decine di migliaia da destinare a questo scopo. Del bilancio comunale a noi va bene tutto: i 44.000 euro all’anno per l’indennità di carica di Sindaco e Assessori, gli 80.000 per le “collaborazioni esterne ad alto contenuto professionale” e quant’altro. Però, poiché l’unico modo per realizzare i sogni è quello di averne, vorremmo che si investisse qualcosa anche per il futuro dei nostri figli.

O dobbiamo continuare a illuderli di vivere nel paese dei balocchi?
L.G.

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