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sabato 3 novembre 2007

La guerra infinita del contadino Efisio Cireddu. Catturato a Caporetto e "dimenticato" con altri 300.000 prigionieri. MA CHI ERA IL VERO NEMICO?

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Anche quest’anno il 4 novembre verranno celebrati in paese l’anniversario della Vittoria e la festa delle Forze Armate. In questa ricorrenza vogliamo raccontare la storia di Efisio Cireddu di Villasimius, classe 1896, contadino di mestiere e artigliere per forza, morto a 22 anni in prigionia nel corso della prima guerra mondiale. Efisio non è stato un eroe nel senso comunemente inteso dalla retorica militare. Era anzi uno di quei 300.000 prigionieri catturati dal nemico a Caporetto dei quali la Patria per anni si è vergognata, e ai quali per troppo tempo i comandi supremi e la storiografia hanno attribuito la causa del disastro. Solo una recente rilettura della Storia, individuando quelle che erano le vere responsabilità, ha iniziato a rendere giustizia a lui e ai tanti che, volutamente affamati in prigionia e disprezzati in Patria, hanno vissuto in solitudine la loro tragedia. Di lui sappiamo poche cose ma, grazie anche all’esame dei documenti e alle testimonianze lasciateci da ex internati, abbiamo provato a ripercorrerne il drammatico calvario.


Prima Guerra mondiale, fiume Isonzo. Alle 2 del mattino del 24 ottobre 1917, tra la fitta nebbia, una rapida e poderosa sequenze di cannonate, proveniente dalla artiglieria austriaca assedia il fronte italiano stanziato su quel settore. Pochi minuti dopo un gas sconosciuto, (acido cianidrico in alta concentrazione), si propaga lento ma inesorabile sui nostri soldati rendendo inutile l’uso delle maschere antigas in dotazione. E’ l’inizio della disastrosa battaglia nota con il nome di Caporetto.In due settimane il nemico penetra in territorio italiano per centinaia di chilometri travolgendo tutto e tutti mentre gli ordini di ritirarsi, trasmessi dai generali che fuggivano con ogni mezzo, arrivano ai soldati abbandonati quando questi già erano accerchiati. Mentre alcuni reparti si sacrificano in retroguardia a cercare di rallentare l’azione del nemico, viene predisposta affannosamente sul fiume Piave l’ultima disperata linea di difesa. Il 9 novembre i ponti sono fatti saltare e l’ultimo battaglione dell’esercito italiano a ritirarsi è quello comandato dal Capitano Musinu della leggendaria Brigata Sassari. Alle ore 13 i soldati sardi, a passo di marcia e in perfetto ordine, attraversano tra il fischiare delle pallottole e la confusione generale, l’unico ponte sul Piave rimasto fino a quel momento in piedi. Il giorno prima, Efisio Cireddu contadino di Villasimius, aggregato al 9’ Reggimento artiglieria da Fortezza, 22 anni da compiere il 2 Gennaio, viene catturato dai Tedeschi. Come tante altre, la sua batteria è rimasta imbottigliata dietro le linee nemiche mentre tutto il fronte italiano indietreggia nel caos totale e lo stato maggiore abbandona Udine per raggiungere precipitosamente “un luogo sicuro al fine di poter meglio organizzare la difesa”. Lui, insieme ad altri 300.000 prigionieri quell’ultimo ponte sul Piave non lo attraverserà mai. Pochi giorni prima, il 26 Ottobre in piena battaglia, aveva scritto al fratello Giuseppe una cartolina postale del Regio Esercito con la quale, con grafia incerta, provava a rassicurare la famiglia sul suo stato di salute. Di lui si avranno notizie solo il successivo 4 aprile 1918 da un campo di prigionia tedesco in Polonia. Fino a quel momento la vita al fronte era stata assai dura. I soldati erano stati reclutati attraverso una feroce leva di massa alla quale sfuggivano solo i ciechi e, dopo un breve periodo di addestramento, venivano inviati al fronte a combattere una guerra che non volevano e non capivano. Si viveva dentro le trincee immersi nel fango fino alle ginocchia in mezzo al freddo e ai topi. Spesso ci si ammalava di dissenteria e non erano rari i casi di congelamento agli arti che talvolta venivano amputati direttamente sul posto, senza alcuna anestesia che non fosse il cognac.Possiamo solo immaginare con quale disorientamento sia stato vissuto questo inferno da parte del contadino di Villasimius, strappato alla sua pur dura vita della campagna senza conoscerne il motivo. Scrive Emilio Lussu a proposito dei soldati sardi: “Questi soldati ….. erano contadini e pastori. Quando le nostre compagnie passavano in riga e si faceva l'appello per mestiere, il 95% risultava di contadini e pastori. Il restante era fatto di operai, minatori e artigiani. Gli ufficiali, pressoché tutti di complemento, erano impiegati, professionisti, giovani laureati e studenti: la piccola e media borghesia sarda. Di due soli, in tutta la Brigata, e durante tutta la guerra, ho ricordo appartenessero a quella che può chiamarsi grande borghesia, la quale, anche in Sardegna come nel resto d'Italia, riusciva facilmente a imboscare i suoi figli …..”. Lussu poi continua così: ”La vita in comune rivelava ai combattenti sardi, ogni giorno, nozioni straordinarie che per loro erano nuove. Per la prima volta si rendevano conto che la guerra la facevano solo i contadini, i pastori, gli operai, gli artigiani. E gli altri, dov'erano? Il disprezzo per gl'imboscati raggiungeva da noi le vette più alte ….. Che la guerra la si dovesse fare, non era questione. Ma perché il re l'aveva ordinata? Perché la facciamo? Questa domanda l'ho sentita migliaia di volte. I prigionieri che facevamo, austriaci, ungheresi, cechi, bosniaci, erano anch'essi tutti contadini e operai. Altra scoperta: anche dall'altra parte, la guerra la facevano i contadini e gli operai. E anche loro, perché la facevano? Altra domanda che ho sentito migliaia di volte. Di qui, quel rispetto sacro per tutti i prigionieri, che mai, in nessuna parte del mondo, deve essersi rivelato più continuo: si offriva loro pane, vino e cognac, cioccolato, tutto il possibile. Altro fatto inaudito: per la prima volta essi avevano constatato, dal primo giorno di combattimento, e da allora sempre, che i colonnelli e i generali, considerati prima monumenti di autorità e di scienza, non capivano niente. Proprio non capivano nulla, tanto da sembrare che fossero là per errore e che il loro mestiere fosse un altro. Certe azioni poi, scellerate, senza senso logico né militare né comune, studiate apposta per far massacrare i soldati inutilmente, rivelavano che il generale, in realtà, era il vero nemico. Ma chi comandava l'Italia? La critica militare si spostava elementarmente sul terreno politico. Il governo del re. Nel villaggio, il sindaco, il farmacista, l'esattore, il maresciallo, erano del partito del governo del re. Nemici anche loro? Tutti nemici. Inaudito. Il mito del re crollava.”Successivamente alla cattura, Efisio e gli altri suoi compagni di sventura, superati inenarrabili patimenti di fame, freddo, stanchezza, maltrattamenti e dopo settimane di viaggio a piedi o nel gelo dei carri bestiame aperti, vengono smistati in diversi campi di prigionia. A lui il destino ha riservato il campo di Skalmierschultz in Polonia. L’europa Nord Orientale a migliaia di chilometri da Villasimius. Probabilmente prima di allora non sapeva neppure che esistesse la Polonia.Il bellissimo libro di Camillo Pavan, “Prigionieri italiani dopo Caporetto”, racconta la tragedia di questi soldati spogliati di tutto e dimenticati. Le loro marce a piedi, verso i punti di raccolta, per centinaia di chilometri spesso sotto le bombe della nostra stessa artiglieria o dei nostri stessi aerei, fino alla vita ingrata nei campi. Racconti dai quali possiamo anche immaginare quale sia stata la sorte del povero Efisio la cui unica colpa è di essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.Nel frattempo in patria inizia la corsa alla falsificazione e allo scarico delle responsabilità. I vertici militari, preoccupatissimi di salvare faccia e carriera, addebitano interamente alla truppa la colpa del disastro. E’ una versione di comodo che tende a coprire mille mancanze di comandanti incapaci, errori marchiani e sottovalutazione del nemico. Una situazione per nulla strana in un ambiente, quello militare di allora, in cui il semplice soldato viene considerato poco più che un numero che deve unicamente contribuire a formare la massa d’urto destinata all’assalto ed al sacrificio nel carnaio della guerra. Con queste premesse nulla vi è di strano che il governo italiano su pressione dello stato maggiore dell’esercito, nonostante le continue richieste di Austria e Germania, si rifiuti di fornire qualunque aiuto alimentare a quei suoi figli prigionieri e si opponga persino alla scambio di malati gravi proposto dal nemico. Di conseguenza mentre i prigionieri francesi, inglesi e russi, (ne abbiamo rintracciati diversi concentrati nello stesso campo di Efisio), ricevono dai rispettivi governi gli aiuti tramite la Croce Rossa, la sorte degli italiani è nerissima perché né gli austriaci né i tedeschi, hanno di che nutrire i loro prigionieri che sono in numero di molto superiore alle loro previsioni. Del resto, a ricordarci in quale considerazione viene tenuto il nostro soldato è sufficiente la circolare nel settembre 1915 con la quale il Generalissimo Cadorna, comandante supremo, ricorda che durante gli assalti “ognuno deve sapere che chi tenti ignominiosamente di arrendersi o di retrocedere sarà raggiunto dalla giustizia sommaria del piombo delle linee retrostanti o da quello dei carabinieri incaricati di vigilare alle spalle della truppa”. Queste direttive vengono rigorosamente applicate al fronte. Spesso alle spalle dei fanti mandati all’assalto contro le trincee nemiche vengono installate delle postazioni di mitragliatrici con l’ordine di sparare su coloro ai quali il cognac generosamente distribuito non avesse infuso sufficiente coraggio per offrire allegramente il petto al piombo Austro Tedesco. Con queste premesse e con questi livelli di umanità la conclusione è “meglio che crepassero di fame quei vigliacchi di Caporetto” anche come monito per tutti: arrendersi non conviene, se non si viene uccisi dai carabinieri si finisce prigionieri e affamati. E la fame, già patita nei lunghi viaggi verso i campi, diviene insieme al freddo e ai maltrattamenti, la compagna ossessiva di una prigionia resa ancora più dura dalla sensazione di essere soli e dimenticati da una patria ingrata che arriva anche al punto di ritirare il sussidio di guerra ai familiari dei soldati che si lasciano prendere prigionieri. La fame strema i corpi e le coscienze, la dignità diventa una parola vuota davanti alle dispute per suddividersi le misere razioni fornite da carcerieri, a loro volta affamati, o per conquistare gli avanzi di cibo dalle baracche dei malati terminali di tubercolosi alleati, considerati meno sfortunati dei nostri. “La fame continuata non ci faceva pensare che al mangiare; si parlava di questo, si pensava questo, si ricordava questo; si viveva per una misera scodella di sbobba da maiali che veniva data 2 volte al giorno, e per un tozzo di pane nero di 350 grammi” composto da patate, acqua e ghiande, con l’aggiunta di segatura e paglia. E si parla degli ufficiali perché per i soldati la razione è di circa la metà. Un’ altra tortura è il freddo. Si vive, a temperature polari, in baracche di legno piene di spifferi. Gli uomini devono dormire su luridi pagliericci pieni di trucioli pidocchi e detriti, abbracciati l’uno all’altro cercando di scaldarsi a vicenda ed evitando di alzarsi durante la notte per paura di perdere il loro posto. In questo inferno dantesco il pensiero dei prigionieri è sempre rivolto alle famiglie dalle quali non si riceve alcuna notizia. Efisio, superato chissà come il gelido inverno del Nord Europa, scrive a casa l’otto aprile 1918 una ultima lettera con il suo italiano approssimativo: “Carissimi madre e padre vengo colla mia notizia onde vi assicuro la mia otima salute cosi sempre vorrei isperare sempre di voi e tutti in famiglia iscrivete sempre facete sempre coraggio che per me dio incipenserà di più non posso dirti sollo abracialla contanti baci mille a padre e fratelli e sorelle e tutti i miei parenti. Saluti pure cuelli che domandano di me saluti tanto la mia fidanzata e famiglia. Baci cara mamma mi firmo vostro figlio Cireddu Efisio.” Secondo l’atto ufficiale stilato dal nemico le pene terrene di Efisio cessano per “Lunghetuberkulose”, tubercolosi polmonare, tre mesi dopo, il 22 luglio 1918 su un lurido pagliericcio del lazzaretto del suo campo. Muore privo di ogni conforto materiale e spirituale, con la sola compagnia della la sua disperazione e viene seppellito al cimitero di Skalmierschultz tomba n. 574. Al contrario Cadorna e tanti altri plurimedagliati macellai della nostra storia recente moriranno nei loro letti accuditi da servi e familiari e verranno seppelliti con tutti gli onori. Insieme ad Efisio altri centomila infelici nostri connazionali perdono la vita nei campi di prigionia: il quintuplo dei prigionieri di altre nazioni, che, al contrario della nostra, non dimenticano i loro figli in disgrazia. Ufficialmente le cause principali di morte sono due: la tubercolosi (oltre il 50%) e la fame. Ma in quest’ultimo caso si annota pudicamente nei registri una morte per “edema” perché la morte per fame ufficialmente non può esistere. Quanto alla tubercolosi, Pavan nel suo libro nota: “è difficile non identificare in questa tubercolosi di massa il processo finale di mesi e mesi di stenti, aggiunti al clima rigido dell’Europa centro settentrionale, affrontato senza le più elementari protezioni.” Ma non è tutto: quelli che, a guerra finita, riescono a fuggire dai campi e rientrare in Italia vengono trattati molto duramente dai nostri comandi. Tanti di loro finiscono in un altro campo di concentramento dove subiranno anche l’umiliazione di una inchiesta penale per diserzione. I “traditori di Caporetto”, vergogna della Patria, pagano per tutti.

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domenica 16 settembre 2007

Figli di un Dio minore

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Arriva l’estate e puntualmente a Villasimius si presentano i soliti problemi; oggi ci limitiamo a parlare dei parcheggi a pagamento, vista la lettera di protesta presentata in Comune da molti cittadini e le proteste che ci sono pervenute. Premesso che siamo convinti sulla utilità dei parcheggi a pagamento, riteniamo tuttavia che essi vadano attuati con criterio e buon senso.
Proviamo a fare alcune considerazioni: I residenti che hanno sempre usufruito liberamente delle proprie spiagge, all’improvviso con l’arrivo dell’estate sono obbligati a pagare. Devono pagare la sosta su strade sterrate e prive di qualsiasi servizio.

Non sarebbe stato più giusto mantenere in queste aree una parte di parcheggi liberi e creare altrettante aree a pagamento ma con servizi?
I residenti, e non, che per andare a lavorare hanno bisogno della loro auto, mentre prima e giustamente non pagavano, con l’arrivo dell’estate si trovano a dover spendere una bella somma. Da una parte di via Umberto a proseguire per via Del mare e relative traverse, Villasimius è tutta colorata di blu. C’è da dire che in quest’area ci sono negozi, banche, posta e Comune, per cui esiste un bel numero di persone che per lavoro hanno necessità della macchina. E’ giusto che chi va a lavorare debba anche pagare o farsi diverse centinaia di metri a piedi? Non sarebbe stato giusto lasciare libero il parcheggio di Rokkaria, (che infatti è quasi sempre vuoto), in modo da non congestionare il traffico in via Del mare? Il Comune cosa ha fatto per andare incontro a queste esigenze? Ci risulta che pure i suoi dipendenti che hanno bisogno dell’auto sono costretti a pagare o trovare un posto lontano; ma non dovrebbe anche il Comune avere una proporzionata area di parcheggi?
C.C. (da "trasparenze luglio 2006")

giovedì 13 settembre 2007

L'agabbadora - La morte invocata

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La storia si colloca nella Sardegna della prima metà del 1800, in una atmosfera socio-culturale nella quale fa spicco la figura della donna finitrice, la “femina Agabbadora”, la cui presenza è confermata da un'ampia documentazione letteraria e testimoniale, come si può evincere dalla bibliografia storico-antropologica in materia.
Il racconto ha preso spunto da una visita effettuata al museo etnografico di Luras, nel quale pare sia esposto il mazzuolo con il quale, secondo la tradizione, l’agabbadora poneva fine con un colpo alla tempia alle sofferenze atroci del malato terminale, su richiesta dello stesso o dei parenti più prossimi, qualora l'infermo non fosse stato più in grado di comunicare la propria volontà.


Gli studiosi della materia affermano che questa forma di eutanasia ante litteram ha trovato espressione in Sardegna fino al 1950 mentre alcune fonti letterarie confermano che le ultime agabbadore hanno operato questo ufficio "pietoso" a Luras e a Orgosolo anche nella prima metà del Novecento.
Qualche ricercatore contemporaneo ritiene, al contrario, che quella dell'agabbadora sia una realtà non provata da fonti ineccepibili, il che è perfettamente giustificato dal fatto che queste figure enigmatiche agivano nell'ombra protette dal riserbo della gente e compivano il rituale misterico in assenza di testimoni.
L'Autore, da parte sua, non sposa alcuna tesi ma cerca di penetrare la mentalità che rendeva possibile nei secoli passati -date le condizioni storiche e sociali dell'isola e la sopravvivenza di credenze e miti della tradizione pagana- l'ufficio pietoso dell'agabbadora, anticipatrice primitiva di un rito che oggi viene ripreso con ben altra coscienza e dottrina da filosofi, scienziati, sacerdoti. Il modo cruento di provocare la morte, quand'anche invocata dagli stessi soggetti annientati dal dolore, oggi suscita una comprensibile ripugnanza, ma nei secoli passati l'abbandono della vita veniva vissuto in modo diverso: mediamente non si viveva oltre i trent'anni, la mortalità infantile falciava sette bambini su dieci entro i primi cinque anni di vita, le epidemie di peste seminavano di morti paesi e città, le carestie ricorrenti e la conseguente povertà estrema affievolivano i legami di solidarietà familiare assimilando la scomparsa di un congiunto a una visione fatalistica meno tragicamente sofferta rispetto alla coscienza moderna. Per non dire poi delle molte malattie invalidanti o mortali per le quali non esistevano rimedi all'infuori di quelli offerti dalla medicina popolare e dallo sciamanesimo nostrano.



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domenica 9 settembre 2007

Villasimius, il Paese dei Balocchi

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LA SCARSA SCOLARIZZAZIONE DEI NOSTRI GIOVANI STA PORTANDO ALLA EMARGINAZIONE PROFESSIONALE E SOCIALE DI UNA INTERA GENERAZIONE

Ancora una volta spetta alla Sardegna la maglia nera per la istruzione in Italia. E se il censimento effettuato nel 2001 vede nuovamente l’Isola all’ultimo posto tra le regioni per numero di diplomati e laureati, Villasimius è il paradiso del precariato culturale.
Secondo il FORMEZ, il numero di diplomati nel nostro paese è appena la metà della media provinciale; quello dei laureati è addirittura un quarto.
In Italia il 73% degli studenti che si iscrive alle scuole superiori riesce a conseguire il diploma mentre a Villasimius solo il 30-35% arriva al traguardo.

Il fenomeno dell’uscita anticipata dei ragazzi dal sistema scolastico, chiamato tecnicamente “dispersione scolastica” o “drop out”, è in genere dovuto a diversi fattori tra i quali il disagio personale tipico della età. E'una forma d’insuccesso che si verifica quando gli studenti non riescono a esprimere pienamente il loro potenziale d’apprendimento e a soddisfare i propri bisogni formativi. Il distacco dalla scuola è l’ultimo atto di un processo che inizia con la disaffezione, disinteresse, demotivazione, noia, disturbi comportamentali.
Oltre che nelle metropoli meridionali, la dispersione è presente in modo significativo nelle zone caratterizzate da notevole vitalità dei sistemi produttivi locali, a Villasimius come nel ricco NORDEST d’Italia. L’abbandono, in questi casi, è da quindi considerarsi anche come una paradossale conseguenza dello sviluppo economico, al quale devono sommarsi:
- La significativa distanza e la non elevata qualità delle infrastrutture scolastiche;
- L’appagamento di molti dei nostri ragazzi, che non sempre sono disposti a sacrificarsi per avere ciò che noi genitori non gli facciamo comunque mancare;
- La loro incapacità a gestire i piccoli insuccessi anche a causa della assenza, sul territorio, di qualunque attività volta al sostegno e al recupero scolastico;
- La tendenza a trasformare ogni difficoltà in un comodo alibi per abbandonare precocemente gli studi.
- I messaggi negativi che spesso arrivano dai modelli comportamentali cui loro si ispirano.
Una volta conseguita la terza media, e quindi assolto l'obbligo formativo, molti giovani di Villasimius, dopo un timido tentativo di proseguire la carriera scolastica, preferiscono allora immettersi nel mondo del lavoro, da noi particolarmente vivace sia nel settore turistico che in quello della edilizia. Pur di farlo, accettano posizioni di subordine, prevalentemente stagionali e precarie, quindi poco o nulla qualificate.
E’ naturale quanto per loro sia forte la tentazione di orientarsi verso la scorciatoia del “tutto e subito”: soldi in tasca, tempo libero, scarso impegno mentale e tanti altri piccoli vantaggi. Insomma una pacchia.
Questo fenomeno, se ha nell'immediato riflessi positivi, in quanto consente a molti di loro di conquistare in tempi brevi una certa indipendenza economica, crea in prospettiva uno scenario preoccupante.
La più immediata conseguenza sarà che, nel giro di un decennio, una intera generazione verrà emarginata dai livelli elevati della scala occupazionale e quindi sociale. I nostri ragazzi, i cittadini del domani, dovranno infatti confrontarsi con un mercato del lavoro ormai aperto o, come si usa dire ora, globalizzato. Senza una idonea preparazione professionale e culturale non solo saranno fatalmente destinati ad essere tagliati fuori dalle posizioni che contano, ma faranno anche fatica a difendere quelle occupazioni che tanto facilmente hanno conquistato.
Oggi abbiamo sulla terra quasi un miliardo di adulti incapaci di leggere un libro o di scrivere la propria firma: queste persone, il cui numero è in continuo aumento, sono fin d’ora condannate a vivere nelle condizioni più disperate di povertà. Sono gli “analfabeti funzionali del mondo”, ai quali viene assicurato, non per caso, il solo bagaglio di competenze strettamente necessario per l’inserimento in impieghi saltuari e poco qualificati.
Essi sono la riprova di come la disuguaglianza educativa sia ancora un mezzo per creare, a livello planetario, un nuovo proletariato e legittimare ulteriori e forme di divisione sociale. A questa massa di disperati, che ormai pressano alle nostre frontiere, i nostri giovani dovranno contendere tra qualche anno il loro precario posto di lavoro. E intanto, nonostante le potenzialità umane locali non siano affatto inferiori rispetto ad altrove, la nostra capacità di contare in casa nostra si sta sempre più riducendo: a Villasimius si assiste da tempo alla sistematica importazione dall’esterno di “risorse umane”, che stanno progressivamente occupando i punti sensibili della nostra economia e delle nostre istituzioni. Sono le figure professionali che non ci siamo mai preoccupati di pianificare in modo organico: si pensi ad esempio ai ruoli chiave di direttore del Porto e a quello dell’Area Marina Protetta.
Quanti medici, architetti, avvocati, laureati in generale ha prodotto Villasimius negli ultimi venti anni? Quanti direttori di Banca, dirigenti di Enti pubblici e privati, ufficiali delle forze armate, e personale direttivo? Pochi, pochissimi. Tuttavia il fenomeno dell’abbandono scolastico non va temuto solamente in una banale ottica di profitto economico. Ci sono anche altri importanti valori di cui è portatrice la scuola. L’istruzione non può infatti essere riconducibile esclusivamente ad una via per guadagnare più soldi ma è il bagaglio fondamentale di un cittadino del domani. Abbiamo bisogno di cittadini colti e consapevoli, che abbiano capacità creative e intelligenza critica, che siano capaci di negoziare e gestire i conflitti e sviluppare senso di responsabilità.
Paradossalmente le grosse opportunità economiche ed occupazionali che il nostro paese offre stanno diventando la corda con la quale si sta impiccando il nostro sistema sociale e le nostre radici culturali. Stiamo allevando una generazione che difficilmente sarà in grado di esprimere una classe dirigente all’altezza delle potenzialità del nostro territorio e delle sfide che lo attendono. Nella odierna società della conoscenza il vero capitale è rappresentato dalla risorsa “istruzione”: rinunciarvi a priori è quindi una forma di autoesclusione. L’abbandono scolastico è quindi solo la fase iniziale del pericoloso processo degenerativo in atto nella nostra comunità. Ed è grave che qui a Villasimius non si abbia la benché minima consapevolezza della serietà della situazione o, peggio ancora, che si faccia finta di nulla.

Cosa fare allora ? Chi dovrebbe farsi carico del problema?

Sicuramente si rende necessario un intervento delle istituzioni presenti sul territorio, quindi Scuola ed Ente Locale. E’ infatti evidente che le famiglie non possono essere lasciate da sole ad affrontare ognuna il proprio problema: l’esperienza insegna che poche sanno come comportarsi e , in ogni caso, non tutte possono permettersi di sostenere le spese che comportano gli interventi di recupero personalizzato.

Potrebbe essere utile l’attivazione di una sorta di “servizio - doposcuola”, pubblico e gratuito, organizzato sulla falsariga di quanto offrono, a pagamento, gli istituti privati. Se ben gestito rappresenterebbe un efficace strumento di sostegno per i nostri studenti degli istituti superiori i quali, specie nei primi anni, sono spesso disorientati e confusi. In questo modo potrebbero invece essere seguiti, nello studio e nello svolgimento dei compiti, da insegnanti professionisti, opportunamente incentivati. Si potrebbe anche pensare alla istituzione del “Tutor”, una particolare figura che rappresenti il punto di riferimento per le attività di ogni singolo allievo all’interno del doposcuola e che intrattenga anche stretti rapporti con i rispettivi istituti di appartenenza.

Non ci illudiamo certo che questa iniziativa, da sola, possa essere risolutiva, ma almeno si darebbe un primo segnale di attenzione verso un problema che rappresenta, per il nostro paese, una vera e propria bomba ad orologeria. Non abbiamo idea di come si possano individuare le risorse finanziarie ma riteniamo che non dovrebbe essere difficile, in un bilancio Comunale di tredici milioni e passa di euro, reperirne poche decine di migliaia da destinare a questo scopo. Del bilancio comunale a noi va bene tutto: i 44.000 euro all’anno per l’indennità di carica di Sindaco e Assessori, gli 80.000 per le “collaborazioni esterne ad alto contenuto professionale” e quant’altro. Però, poiché l’unico modo per realizzare i sogni è quello di averne, vorremmo che si investisse qualcosa anche per il futuro dei nostri figli.

O dobbiamo continuare a illuderli di vivere nel paese dei balocchi?
L.G.

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lunedì 13 agosto 2007

Una roulette russa per chi vuole la casa

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In questi ultimi anni la crescita del mercato delle seconde case a Villasimius ha spinto verso l’alto i prezzi delle aree edificabili rendendole inaccessibili anche alle famiglie con maggiore disponibilità economica. Per lungo tempo il problema
della possibile carenza di terreni è stato sottovalutato confidando nel fatto che le zone di espansione urbana, le zone “C”, erano di molto sovradimensionate rispetto alle reali previsioni di sviluppo della popolazione. Quindi nessuno si è particolarmente allarmato quando la edilizia turistica, espulsa dalle zone costiere a seguito della Legge Regionale del 1989, è migrata verso le zone urbane del nostro paese portando, come conseguenza, un sostanziale stravolgimento degli obiettivi di sviluppo che il Comune si era dato con il vecchio Programma di fabbricazione dei primi anni ‘80: nelle diverse lottizzazioni approvate in paese negli ultimi decenni, la quasi totale disponibilità delle aree è infatti servita a soddisfare le esigenze del mercato immobiliare regionale e nazionale.
Le stesse Amministrazioni Municipali hanno subìto, negli anni, il modello “turistico” del centro urbano imposto da una rampante imprenditoria edilizia ed hanno colto solo in parte la reale portata del fenomeno perdendone
completamente di vista i suoi aspetti essenziali. Esse si sono infatti limitate ad adottare dei provvedimenti che, pur mirando al miglioramento in qualità delle nuove
abitazioni, risultavano totalmente inefficaci ai fini della tutela del diritto alla edificazione per i cittadini di Villasimius.

Le imprese hanno continuato abilmente parlare alle pance dei proprietari dei terreni i quali non sono riusciti a dire di no a proposte economiche sempre più irresistibili. Dopo un iniziale periodo di pacifica convivenza, la edilizia turistica ha quindi progressivamente stritolato la fragile domanda locale
e oggi, per noi residenti, comprare un terreno per fare una casa è diventata una impresa impossibile. Ma non è tutto. Con il nuovo Piano Urbanistico Comunale, che a breve verrà adottato l'insediabilità nelle zone di espansione urbana verrà drasticamente ridotta e rapportata all’effettivo incremento della popolazione
locale per i prossimi dieci anni: questo significa che potrebbero essere ulteriormente “tagliate”, rispetto ad oggi, parte delle aree destinate all’ampliamento del paese. D’ora in poi potrebbe essere ancora più difficile per i singoli residenti competere con le imprese interessate alla loro acquisizione.
A meno che non si trovi un sistema che li metta al riparo dal deragliamento di un mercato immobiliare poco e male governato oltre che drogato dall’eccesso di domanda.
Siamo quindi ad una svolta: Il nuovo PUC potrebbe certificare la definitiva demolizione delle speranze dei residenti, oppure rappresentare per loro una occasione per rientrare nei giochi. Tutto dipende dal Comune e dalla Regione
che sono gli Enti preposti alla programmazione del territorio i quali dovrebbero farsi carico di quella che sta ormai diventando una vera emergenza sociale. Ma la Regione è lontana dai problemi di Villasimius mentre la Amministrazione
Comunale non si è finora particolarmente contraddistinta per capacità di dialogare con la gente e, con tutta probabilità, difficilmente si smentirà in questa circostanza. Nulla è infatti ancora trapelato dalle mura del palazzo ma
certamente è poco opportuno che un processo così importante per tante famiglie possa continuare ad essere gestito in esclusiva da pochi. Sarebbe forse meglio che, al
contrario, venisse data voce anche ai veri soggetti interessati, e cioè i proprietari delle aree e, soprattutto, i cittadini residenti.
Questi ultimi, in particolare, devono rendersi conto che limitarsi a prendere coscienza del problema e continuare ad esercitare una isterica autocommiserazione oggi non è più sufficiente. E’ invece indispensabile - mettendo da parte la
logica delle deleghe in bianco e il collaudato manuale del piccolo ragioniere del consenso — promuovere una azione collettiva e inventarsi dal basso una nuova politica per la casa. La costituzione di cooperative edilizie è un primo passo
per porsi come interlocutori credibili con i rappresentantidelle Istituzioni che sono, è bene ricordarlo, al servizio del cittadino. Le soluzioni si possono trovare solo se davvero esiste la volontà di farlo. La strada in fondo è già tracciata:
negli ultimi decenni, pur tra tante difficoltà, a Villasimius si sono vissute numerose esperienze positive nel campo della cooperazione edilizia. Decine di famiglie hanno una abitazione grazie a persone che hanno avuto la capacità e la
tenacia di portare avanti progetti coraggiosi, adeguatamente sostenuti da amministratori lungimiranti e sensibili. Bisognerebbe ritrovare quello spirito che ultimamente si è perso: non esistono alternative se non quella andare ad abitare altrove. L.G.

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venerdì 10 agosto 2007

Dalle macerie della scuola nascono i campioni

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Anche quest’anno per gli alunni dell’Istituto Comprensivo di Villasimius in occasione dei Giochi della Gioventù c’è stata una pioggia di medaglie nell’atletica leggera. Ne sono arrivate ben nove nella fase provinciale. Quattro primi posti: Mattia Erdas nel getto del peso, Valentina Iozza e Valentina Sioni nella corsa ad ostacoli, Luca Orrù nei 60 mt piani; tre secondi posti: Mattia Masala nella corsa ad ostacoli e Ubaldo Orrù negli 80 mt piani oltre alla squadra maschile (Ubaldo Orrù, Gianluca Utzeri , Paolo Rubiu, Mattia Erdas, Marco Marci, Gabriele Soi); infine, due terzi posti con Paolo Rubiu, nella corsa ad ostacoli, e Cireddu D. negli 80 mt piani.

Già questo sarebbe stato un risultato strepitoso per questi ragazzi, ma UDITE…UDITE… cosa hanno combinato!!! Il quattro maggio scorso, nella fase regionale che si è svolta a Sanluri, Paolo Rubiu, (qualificatosi perché facente parte della squadra), diventa campione regionale e accede per la prima volta nella storia della nostra scuola e del nostro paese alla fase nazionale. Mattia Erdas si piazza invece al secondo posto nel getto del peso, (perdendo il titolo per appena 10 cm.), e Valentina Iozza quinta negli 80 ostacoli. Davvero lodevoli! Questi sono veramente dei campioni fatti in casa, perché nessuno di loro ha mai fatto atletica e tanto meno hanno potuto utilizzare attrezzature e strutture idonee, semplicemente perché non ci sono mai state. Anzi, per dirla tutta, la cosa bella o buffa è che si sono allenati tra macerie di una scuola che non c’è più. Resta il fatto che i nostri ragazzi non si sono lasciati per nulla intimorire al cospetto dei loro coetanei che hanno avuto la fortuna, (se la possiamo ancora chiamare così), di allenarsi in strutture adeguate o appartenere a una società di atletica. Cosa sarebbe successo se i nostri si fossero preparati in un impianto idoneo? Abbiamo già risposto tante volte… Ora godiamoci questa vittoria dal sapore genuino e intanto facciamo tutti il tifo per Paolo quando si troverà di fronte ai migliori ostacolisti italiani. Qualsiasi piazzamento otterrà potremo solo dire: GRAZIE !!!
C.C.


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mercoledì 27 giugno 2007

Quando Zio F. andava in moto

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Mio zio F. era, per noi ragazzi, un personaggio eccezionale.
Reduce della prima guerra mondiale, spesso ci estasiava con i racconti delle sue imprese militari. Avevamo ormai perso il conto di quanti austriaci avesse ucciso con bombe a mano, baionette, mitragliate e forse anche a morsi, e ci domandavamo come diavolo avesse potuto fare l’Austria a resistere ben tre anni contro un simile eroe.
Molti di noi lo ricordano ancora quando, in occasione di ogni 4 novembre, radunava in piazza i suoi camerati e, con l’elmetto in testa, lui, che era il più alto in grado in quanto sergente maggiore, dopo avere fatto l’appello dei caduti concludeva ogni suo intervento, anche in tempi di Repubblica, con la frase “viva l’ITALIA viva il RE!” .
Ma lo spettacolo eccezionale era rappresentato dal vederlo fiero ed impettito sulla sua motocicletta, una MV AGUSTA. (In verità apparteneva al figlio V., mio cugino, che per motivi di lavoro abitava a Roma e che la aveva lasciata in custodia al padre). Questa moto era la croce e la delizia di zio F. che gli aveva anche “cuncordato” un rimorchio per la sua barca da tre metri che a noi ragazzini sembrava grande quanto l’Arca di Noè.
Il suo tormento era che la motocicletta fosse per lui troppo ingombrante e complessa. Non riuscendo a manovrarla per poter uscire direttamente dalla sua casa di via del mare, si vedeva infatti costretto a spingere il mezzo a braccia fino alla vicina piazza Incani dove, tra la divertita ammirazione di noi ragazzi, e la preoccupata premura della moglie, zia A., iniziava il solenne cerimoniale della partenza.
Dopo avere applicato una molletta da bucato sull’orlo del pantalone, si metteva in sella e, forse per un difetto della frizione, o chissà magari per la sua scarsa dimestichezza, dopo avere acceso il motore, scalciava con decisione sul pedale del cambio per innestare la prima marcia e la moto, scoppiettando, schizzava bruscamente in avanti.
Per anni, ogni mattina, lui partiva verso la sua cava di granito a Piscadeddus, sollevando nuvoloni di polvere in quanto, per garantirsi un buon equilibrio nella fase delicata della partenza, strisciava i piedi sulla strada sterrata per qualche centinaio di metri raggiungendo un normale assetto da viaggio solo in prossimità della casa di Mario Vollero. (A quei tempi la via Roma non era a senso unico come adesso). Inutile dire che questa sua particolare tecnica di partenza lo portava a cambiare più spesso le suole delle scarpe che le gomme della moto, ma di questo certamente non si lamentava Efisio BOI il suo calzolaio di fiducia.
Un giorno decise di portare il Sindaco di allora, sig. Melis meglio noto come “stampu nieddu” a visitare la cava. Arrivato puntuale in Piazza Incani spingendo a braccia come al solito la MV Agusta, fece accomodare il sindaco, assai più alto di lui, sul sedile posteriore e, sempre con gli stessi metodici gesti, dopo avere messo in moto, scalciò sul pedalino del cambio, avviando il rumoroso e scoppiettante mezzo verso Piscadeddus attraverso la tortuosa strada che costeggiava il mare, inseguito dalla solita nuvola di polvere.
Dopo qualche decina di minuti, arrivato a destinazione, si accorse con sgomento di avere perso il sindaco per strada! Disperatamente tornò indietro controllando ogni buca, ogni cunetta ogni cespuglio affacciandosi persino dalla scogliera verso il mare alla affannosa ricerca del primo cittadino: tutto inutile. Del Signor Melis nessuna traccia, pareva si fosse volatilizzato. Affranto rientrò a casa e confidò a quella santa donna di zia A. la sua disperazione.
“Povero sig. Melis, come farò a dirlo alla moglie?” ripeteva disperato…
Zia A. lo fece sfogare un po’ e alla fine affettuosamente lo tranquillizzò.
“Non ti preoccupare”, gli disse sorridendo,,, “signor Melis sta bene ed è già a casa sua”
“Ma come è possibile?” disse lui, “era seduto sul mio sedile posteriore e chissà dove lo ho perduto, deve essere caduto in mare!”
“Certo” rispose zia, “era seduto dietro di te ma aveva i piedi in terra,,, e quando sei partito, come sempre troppo bruscamente, la moto gli è passata sotto il sedere ed è rimasto li, dritto a gambe aperte al centro della piazza!”
G.C.

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Uomini sul fondo

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STORIA DEL SOMMERGIBILISTA ANTONIO DIANA
L’otto ottobre 1940, all’inizio della 2 guerra mondiale, il sommergibile FOCA, al comando del capitano di corvetta Giliberto, lasciava la base di Taranto. Scopo della missione era quello di posare delle mine nelle acque della Palestina, allora controllate dagli inglesi. A bordo si trovava anche il capo cannoniere in seconda Antonio Diana di 27 anni. Aveva poco prima salutato e consolato dal pianto la giovanissima moglie Angela, (che lui chiamava affettuosamente LINA), sposata l’anno precedente, affidandole tutto il suo ultimo stipendio del quale si era tenuto solo 20 centesimi, - “per comprarmi il giornale” le aveva detto — e la fede nuziale con la promessa di donarla a S. Antonio in segno di ringraziamento appena fosse tornato dalla missione. Antonio ostentava in ogni circostanza una serenità dovuta sia alla profonda fede cristiana, - era molto devoto a S. Antonio — sia alla convinzione che la flotta sommergibile italiana fosse, così come era considerata a quel tempo, la più potente del mondo. Purtroppo, per lui e per tanti altri, gli eventi successivi dimostrarono che le cose non stavano affatto così...
Nato nel 1913 e cresciuto nella povera Villasimius di quegli anni, ebbe la fortuna di studiare sotto la guida di un un suo zio materno che era sacerdote — (la mamma si chiamava Angela Cogoni) - cosa che lo aiutò moltissimo per la sua carriera militare che intraprese a 16 anni andando a fare parte, con Enrico Masala ed altri, di quella che affettuosamente veniva chiamata nella sua base “la banda dei sardi”.
Tonino, viene prima imbarcato come cannoniere nella cacciatorpediniera “Ippolito Nievo” e, una volta promosso 2’ sottocapo entra a fare parte dell’equipaggio del sommergibile FOCA di stanza a Taranto.
In arsenale fa amicizia con Alfredo Rossi, un ex sottufficiale della Marina di origine algherese, il quale sentendolo parlare in sardo con degli amici, lo invita a casa a bere un bicchiere di vino.
La acerba bellezza di Lina, la figlia allora tredicenne di Rossi, unita al desiderio di avere un affetto stabile dopo tanti anni di girovagare, fanno sbocciare l’amore tra i due giovani i quali, dopo un lungo fidanzamento, si sposano il 3 Giugno del 1939.
Il lavoro e le missioni belliche lo portano spesso lontano dalla moglie: il suo battello è solitamente di stanza a La Spezia ma appena può corre a Taranto ad abbracciare le moglie che è rimasta al sicuro presso la famiglia.
La vita di bordo era assai dura. Si stava chiusi per settimane in un cilindro d’acciaio che si muoveva nelle profondità marine, in uno spazio fisico ridotto talvolta a meno del minimo indispensabile. L’atmosfera respirata era pregna di odori, di puzza di gasolio, di lubrificante, di umido, di metallo, di umanità. La privacy era, ovviamente, sconosciuta e sul battello c’era a disposizione un solo locale igienico per tutto l’equipaggio. L’acqua era un bene inestimabile da consumarsi con molta parsimonia e il cibo, per settimane, assumeva un sapore costante e uniforme.
C’era la guerra e su tutto e tutti aleggiava la falce di quella “Monna Morte” che i sommergibilisti cantavano, quasi ad esorcizzare la paura, in una loro canzoncina che oggi appare retorica e un pò patetica.
Lina aspettò inutilmente il marito per settimane fino a quando dal Comando le fecero sapere che il sommergibile era disperso e che non c’era più alcuna speranza. L’ormeggio riservato al FOCA venne assegnato ad un altro battello.
Si disse che la causa più probabile sia stata la esplosione prematura di una delle mine che si era intenti a posare. Contrariamente ad altri sommergibilisti dati per morti e riapparsi alla fine della guerra, Tonino non tornò mai da quella missione nelle acque della Palestina. Lui e i suoi compagni furono inghiottiti sul fondo del mare senza avere neppure il tempo di organizzare qualunque tipo di manovra di emergenza. Da allora riposa rinchiuso nella sua urna di acciaio squarciato, e di lui resta solo qualche foto ingiallita e la sua medaglia
E ancora oggi con i suoi novanta anni Lina, quasi a riscatto del forte dolore subito, accarezza teneramente il sogno del principe azzurro della sua gioventù.


N.D.R. LA SIGNORA LINA, VEDOVA DEL SOMMERGIBILISTA ANTONIO DIANA, QUESTA ESTATE CI HA FATTO UNO SPLENDIDO REGALO VENENDO A VISITARCI A VILLASIMIUS.

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martedì 26 giugno 2007

Il filo di Arianna

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Scrive la nostra compaesana, e scrive bene, tanto che i suoi lavori hanno varcato i confini insulari e raggiunto, per un concorso letterario nazionale, la secolare Sicilia, figlia della Magna Grecia e madre della lingua italiana. Il primo premio per il concorso intitolato al Nobel per la letteratura Luigi Pirandello, è stato infatti assegnato a Monica Steeden per la sua novella "IL FILO DI ARIANNA". Obbiettivo della manifestazione era quello di individuare, tramite un breve racconto, i temi fondamentali del pensiero dell’autore siciliano. Lo scritto narra le vicissitudini e il viaggio di un uomo dentro se stesso, in contemporanea ad un viaggio fisico in una Londra meno appariscente e più umana. La lettura è fluida e scorrevole tanto che, con dieci pagine nella mano sinistra, ci si ritrova in men che non si dica perfettamente immersi nel mondo del protagonista e immedesimati in lui, con i suoi contrasti e le sue debolezze. Molte altre sarebbero le cose da dire, per uno scritto che affronta temi fondanti, i quali traspaiono attraverso pensieri e figure linguistiche originali. Lasceremo comunque che sia la vostra lettura..., e non potrebbe essere altrimenti, a dare una risposta al quesito indiretto insito nel finale. E’ entusiasmante constatare come l’amore per il sapere, la riflessione, il confronto rinascano, ancora una volta attraverso la cultura, non intesa come sterile esercizio esibizionistico, ma quella vera profonda al servizio di tutti. Non sono purtroppo tanti a Villasimius i giovani che con grandi sacrifici da parte della propria famiglia e personali si istruiscono. Saremo in grado di dare a questi ragazzi delle prospettive reali, in modo che siano utili a se e agli altri? Quando avremo questa risposta probabilmente conosceremo la direzione che avrà preso la nostra comunità. Vogliamo comunque dare il giusto risalto ad un episodio apparentemente marginale ma che rappresenta non solo un importante segnale del fatto che chiunque può esprimere le proprie idee, ma anche un riconoscimento: un riconoscimento per tutti coloro che si impegnano a migliorare se stessi senza calpestare gli altri, per tutti coloro che a volte il sabato sera stanno a casa perché hanno da studiare, per tutti coloro che hanno capito che i veri vincitori sono quelli che gareggiano con se stessi. Dovremmo scolpire sui nostri graniti le parole che SIBA SHAKIB ha scritto nel suo bellissimo romanzo “ AFGHANISTAN dove Dio viene solo per piangere”: “Tutto questo è potuto accadere solo perché non sappiamo ne leggere ne scrivere, perché crediamo a chiunque si presenti a noi con un foglio in mano e ci dica ‘a partire da oggi questa è legge’. Noi siamo un popolo di ciechi. Chiunque può fare di noi ciò che meglio crede … Chi è in grado di vedere riesce a capire da solo dove si trova e può scegliere da solo se davvero è li che vuole restare. E può vedere da solo dove sta andando … per me è già troppo tardi ma voglio che i miei figli imparino a leggere e scrivere. Voglio che loro imparino a decidere da soli ciò che è bene e ciò che è male, a riconoscere chi dice bugie da chi dice la verità”.

(Nella foto: Monica ritira a Catania il prestigioso riconoscimento dalle mani del presidente della giuria. Novembre 2006.)

A.C.

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Il Porto Turistico di Villasimius

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DALLA OCCASIONE MANCATA ALLA POLPETTA AVVELENATA
Contrariamente alle aspettative dei suoi promotori il porto turistico di Villasimius, per una serie di problematiche in parte ancora irrisolte, in questi primi anni di attività non è affatto riuscito ad integrarsi con il resto del territorio e del tessuto produttivo locale con i quali intrattiene rapporti sporadici.
Secondo l’ambizioso disegno originale, la sua realizzazione avrebbe dovuto invece favorire il definitivo salto di qualità della nostra offerta turistica ammalata di nanismo, individualismo e improvvisazione. La struttura portuale doveva essere un ponte gettato tra mare e paese, creare interessanti opportunità per gli operatori locali e promuovere una forte ricaduta positiva su tutta la nostra economia. Erano i primi anni 90 ed eravamo tutti ottimisti: si stava finalmente realizzando il miracolo da sempre in lista d’attesa...
Il sistema prescelto per la assegnazione dei lavori, quello della concessione, prevedeva l’affidamento diretto – e cioè senza gara d’appalto - ad una società specializzata, la SARMAR, che avrebbe provveduto al reperimento dei fondi, alla predisposizione del progetto, alla realizzazione e consegna dell’opera; il tutto senza alcun onere per il Comune.
L’intuizione era felice e l’obiettivo condivisibile: “programmazione, progettazione, realizzazione degli interventi occorrenti alla realizzazione di un sistema integrato di opere a difesa ambientale di infrastrutture e servizi per la portualità turistica nell’area comunale di Villasimius”. Importo previsto: circa cinquanta miliardi delle vecchie lire tutti finanziati dallo Stato.
I lavori, iniziati nel dicembre del 1991, venivano ultimati, tra ritardi e problemi di vario tipo, nello stesso mese del 1997: a quel punto si doveva solamente mettere in funzione l’ingombrante giocattolo e raccogliere i frutti dell’investimento.
Ma la gestione di una struttura così complessa richiede delle specifiche competenze professionali oltre che capacità economiche di tutto rispetto: da parte della imprenditorialità locale era invece nel frattempo totalmente mancato qualunque tentativo di attrezzarsi per cogliere la opportunità che si stava prospettando. Al momento decisivo sono quindi venuti meno i presupposti indispensabili per favorire il suo inserimento in ruoli che non fossero di subalternità.
Chi ha avuto in affidamento la gestione del porto fino al 2007 da parte del Ministero Della Marina Mercantile è la società “Marina di Villasimius”. Solo il 5% della società fa capo ad operatori privati locali mentre Il 35% delle quote è detenuto dal Comune che ha, all’interno del Consiglio di Amministrazione, i propri delegati. Di questi signori quasi nessuno conosce con esattezza identità, ruolo, affinità con la nostra comunità ed eventuali competenze in materia. E nulla si sa della loro concreta attività a tutela dei nostri interessi.
Grazie soprattutto alla nostra vocazione alla autoesclusione, anche questa storia rischia quindi di rappresentare un ulteriore capitolo dell’infinito processo di colonizzazione delle nostre risorse, un sostanziale fallimento degli obiettivi che ci eravamo posti, la ennesima occasione mancata.
Fino a qualche giorno fa ci consolavamo col fatto che, in fondo, a noi tutto questo non era costato nulla.
E invece la vicenda, che ormai avevamo rimosso dalla nostra coscienza collettiva, è balzata nuovamente, e inaspettatamente, agli onori della cronaca locale. Secondo quanto riportato dall’Unione Sarda del 12 Aprile scorso la SARMAR vanterebbe ancora un credito di cinque milioni e quattrocentomila euro verso il Comune di Villasimius nei confronti del quale pare sia anche stato emessa una ordinanza - poi sospesa - di sequestro giudiziario da parte del Tribunale di Cagliari.
Con una cifra del genere - che a conti fatti corrisponde a 1.700 Euro per ogni cittadino di Villasimius, compresi centenari e neonati - si potrebbero costruire due scuole o, a scelta, quattro case per gli anziani.
L’enorme debito risulta oggettivamente al di fuori della disponibilità economica del nostro Comune che pure non è certo il più povero d’Italia. Gli introiti della Bucalossi, dopo un lungo periodo di vacche grasse, tendono ormai allo zero e la gestione del municipio, che assorbe gran parte delle risorse disponibili, ci costa annualmente per la sola erogazione dei servizi essenziali 7,6 Milioni di Euro dei quali 2,3 milioni per le retribuzione del personale dipendente.
Questa situazione ha destato molta preoccupazione in paese: in tanti ritengono paradossale il fatto che - dopo la beffa della sparizione della Spiaggia del Riso causata da una imprevedibile e anomala mareggiata, (forse uno Tsunami) - i cittadini siano chiamati a pagare per un porto che non appartiene al Comune di Villasimius ma al Ministero della Marina Mercantile che ne incasserà il canone d’affitto. E pare che non ci siano altre vie d’uscita se non la improbabile pietà dei nostri creditori.
Da parte sua il Sindaco, in un recente Consiglio Comunale, ripercorrendo tutta la storia, ha puntualizzato che:
- Ci sono buone prospettive affinché le competenze sulla gestione del Porto passino dal Ministero della Marina Mercantile alla Regione Sardegna – e quindi al Comune – in quanto non esiste alcun interesse di tipo militare, doganale o commerciale che giustifichino un controllo diretto sulla struttura portuale da parte dello Stato.
- E’ in corso un contenzioso, in merito alla proprietà di alcune strutture commerciali a terra, tra il Comune di Villasimius e il Ministero. In caso di esito positivo tali immobili entrerebbero a fare parte a pieno titolo del patrimonio municipale.
- Il debito rivendicato dalla Sarmar non è dovuto a dolo, leggerezza o errori da parte degli organi tecnici ma dalla sfavorevole evoluzione della giurisprudenza in merito alla regolazione dei rapporti tra Enti Concessionanti e Concessionari che ha dichiarato illegittime alcune norme sul contenimento dei costi che tutelavano gli Enti Pubblici.
- Sono in corso trattative per una ricomposizione bonaria della vertenza con la Sarmar sulla base di una riduzione del debito a quattro milioni e settecentomila euro da pagare in due tranches.
- Le opere pubbliche programmate – in particolare scuola e parcheggi – andranno comunque realizzate nei tempi previsti.
- Non verranno aumentate le tasse locali – ICI e addizionale IRPEF - ne quest’anno e neppure il prossimo.
- Per pagare il debito verranno prevalentemente utilizzati fondi “esterni al bilancio” comunale, non necessariamente mutui: si cercherà di recuperare risorse da ciò che resta della Cassa per il Mezzogiorno
- In ogni caso, se venisse confermata la competenza sul porto da parte del Ministero della Marina Mercantile dovrà essere questa ultima a farsi carico del debito rivendicato dalla Sarmar.
Le parole del Sindaco regalano speranze ma non ci tolgono l’unica certezza: comunque la si giri dobbiamo pagare un debito che condizionerà pesantemente le politiche di investimenti per prossimi anni e sottrarrà risorse da destinare ai servizi per i cittadini. Anche se in due tranches e con lo sconto il Comune dovrà anticipare in tempi stretti una cifra consistente: da dove verranno reperiti i fondi “esterni al bilancio”? Sarà davvero possibile evitare di accendere nuovi mutui e lasciare sul piatto dei cittadini questa polpetta avvelenata? E visti i solenni impegni a suo tempo disattesi quale credito dare alle dichiarazioni relative al nuovo edificio scolastico? Verrà mai sistemata l’area di via del Mare sulla quale c’era la scuola e che ora sembra una piazza bombardata di Baghdad? E con quali tempi?
Vogliamo crederci ancora una volta. Tuttavia, pur senza volere entrare nel merito di eventuali responsabilità, molta gente mentre si domanda cosa abbia fatto di male per meritarsi questa punizione, avrebbe almeno gradito che le fosse stato risparmiato di venire a sapere la verità dai giornali.
E proprio a questo proposito, è opportuna una riflessione sugli attuali rapporti tra istituzioni e cittadini.
Durante il Consiglio Comunale Il Sindaco si è lamentato del fatto che la popolazione è stata allarmata dalle voci fuori controllo che sono circolate sulla situazione debitoria del Comune.
Ha certamente ragione ma dovrebbe anche riconoscere che, prima che ci arrivassero i giornali, poco o nulla è stato fatto per tenere informata in modo corretto la pubblica opinione su quanto stava accadendo.
Non si capisce infatti per quale motivo - benchè l’atto ufficiale, che sanciva il credito della Sarmar, fosse noto fin dal 2004 - la situazione sia stata tenuta accuratamente nascosta quasi si trattasse della gravidanza indesiderata di una fanciulla di buona famiglia. Eppure i cittadini di Villasimius, anche se si aspetterebbero che la politica risolvesse i problemi e non che ne creasse degli altri, sono abbastanza grandi da capire le cose quando vengono dette con chiarezza. E’ solo la mancanza di certezze e di trasparenza che alimenta le leggende metropolitane e le voci incontrollate.
Al di la del caso specifico, seppure grave, riteniamo che esista un problema più generale. Comunicare significa trasmettere ma anche ascoltare. L’ apprezzabile sito web del Comune di Villasimius non colma ma rende ancora più evidente il deficit di capacità comunicativa accertato nel DNA di questa Amministrazione. Ad essa va riconosciuto di lavorare talvolta con impegno, ma anche contestato di non essere mai stata capace, dopo la rapida evaporazione dei partiti che in linea teorica la sostengono, di portare alla luce la sua azione né di suscitare alcuna passione attorno al suo operato.
E così mentre da un lato a questo paese serve più politica con la P maiuscola, dall’altro nessuno svolge più alcuna azione di collegamento tra società civile e Istituzioni le quali, in un clima di indifferenza generale e in felice solitudine, danno risposte senza ascoltare le domande.
Con la stagione estiva alle porte, tra qualche settimana nessuno parlerà più di questa disgraziata vicenda che avrebbe potuto invece rappresentare una buona occasione per riflettere tutti insieme sulla nostra democrazia incompiuta, e provare a riavvicinare la gente ad un palazzo che oggi viene percepito sempre più lontano. L.G.

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Pubblicazione indipendente di informazione e controinformazione a cura della Associazione “CITTADINI PER VILLASIMIUS”
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Indirizzo: Associazione “Cittadini per Villasimius” fermo posta - 09049 Villasimius (CA )

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