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sabato 3 novembre 2007

La guerra infinita del contadino Efisio Cireddu. Catturato a Caporetto e "dimenticato" con altri 300.000 prigionieri. MA CHI ERA IL VERO NEMICO?

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Anche quest’anno il 4 novembre verranno celebrati in paese l’anniversario della Vittoria e la festa delle Forze Armate. In questa ricorrenza vogliamo raccontare la storia di Efisio Cireddu di Villasimius, classe 1896, contadino di mestiere e artigliere per forza, morto a 22 anni in prigionia nel corso della prima guerra mondiale. Efisio non è stato un eroe nel senso comunemente inteso dalla retorica militare. Era anzi uno di quei 300.000 prigionieri catturati dal nemico a Caporetto dei quali la Patria per anni si è vergognata, e ai quali per troppo tempo i comandi supremi e la storiografia hanno attribuito la causa del disastro. Solo una recente rilettura della Storia, individuando quelle che erano le vere responsabilità, ha iniziato a rendere giustizia a lui e ai tanti che, volutamente affamati in prigionia e disprezzati in Patria, hanno vissuto in solitudine la loro tragedia. Di lui sappiamo poche cose ma, grazie anche all’esame dei documenti e alle testimonianze lasciateci da ex internati, abbiamo provato a ripercorrerne il drammatico calvario.


Prima Guerra mondiale, fiume Isonzo. Alle 2 del mattino del 24 ottobre 1917, tra la fitta nebbia, una rapida e poderosa sequenze di cannonate, proveniente dalla artiglieria austriaca assedia il fronte italiano stanziato su quel settore. Pochi minuti dopo un gas sconosciuto, (acido cianidrico in alta concentrazione), si propaga lento ma inesorabile sui nostri soldati rendendo inutile l’uso delle maschere antigas in dotazione. E’ l’inizio della disastrosa battaglia nota con il nome di Caporetto.In due settimane il nemico penetra in territorio italiano per centinaia di chilometri travolgendo tutto e tutti mentre gli ordini di ritirarsi, trasmessi dai generali che fuggivano con ogni mezzo, arrivano ai soldati abbandonati quando questi già erano accerchiati. Mentre alcuni reparti si sacrificano in retroguardia a cercare di rallentare l’azione del nemico, viene predisposta affannosamente sul fiume Piave l’ultima disperata linea di difesa. Il 9 novembre i ponti sono fatti saltare e l’ultimo battaglione dell’esercito italiano a ritirarsi è quello comandato dal Capitano Musinu della leggendaria Brigata Sassari. Alle ore 13 i soldati sardi, a passo di marcia e in perfetto ordine, attraversano tra il fischiare delle pallottole e la confusione generale, l’unico ponte sul Piave rimasto fino a quel momento in piedi. Il giorno prima, Efisio Cireddu contadino di Villasimius, aggregato al 9’ Reggimento artiglieria da Fortezza, 22 anni da compiere il 2 Gennaio, viene catturato dai Tedeschi. Come tante altre, la sua batteria è rimasta imbottigliata dietro le linee nemiche mentre tutto il fronte italiano indietreggia nel caos totale e lo stato maggiore abbandona Udine per raggiungere precipitosamente “un luogo sicuro al fine di poter meglio organizzare la difesa”. Lui, insieme ad altri 300.000 prigionieri quell’ultimo ponte sul Piave non lo attraverserà mai. Pochi giorni prima, il 26 Ottobre in piena battaglia, aveva scritto al fratello Giuseppe una cartolina postale del Regio Esercito con la quale, con grafia incerta, provava a rassicurare la famiglia sul suo stato di salute. Di lui si avranno notizie solo il successivo 4 aprile 1918 da un campo di prigionia tedesco in Polonia. Fino a quel momento la vita al fronte era stata assai dura. I soldati erano stati reclutati attraverso una feroce leva di massa alla quale sfuggivano solo i ciechi e, dopo un breve periodo di addestramento, venivano inviati al fronte a combattere una guerra che non volevano e non capivano. Si viveva dentro le trincee immersi nel fango fino alle ginocchia in mezzo al freddo e ai topi. Spesso ci si ammalava di dissenteria e non erano rari i casi di congelamento agli arti che talvolta venivano amputati direttamente sul posto, senza alcuna anestesia che non fosse il cognac.Possiamo solo immaginare con quale disorientamento sia stato vissuto questo inferno da parte del contadino di Villasimius, strappato alla sua pur dura vita della campagna senza conoscerne il motivo. Scrive Emilio Lussu a proposito dei soldati sardi: “Questi soldati ….. erano contadini e pastori. Quando le nostre compagnie passavano in riga e si faceva l'appello per mestiere, il 95% risultava di contadini e pastori. Il restante era fatto di operai, minatori e artigiani. Gli ufficiali, pressoché tutti di complemento, erano impiegati, professionisti, giovani laureati e studenti: la piccola e media borghesia sarda. Di due soli, in tutta la Brigata, e durante tutta la guerra, ho ricordo appartenessero a quella che può chiamarsi grande borghesia, la quale, anche in Sardegna come nel resto d'Italia, riusciva facilmente a imboscare i suoi figli …..”. Lussu poi continua così: ”La vita in comune rivelava ai combattenti sardi, ogni giorno, nozioni straordinarie che per loro erano nuove. Per la prima volta si rendevano conto che la guerra la facevano solo i contadini, i pastori, gli operai, gli artigiani. E gli altri, dov'erano? Il disprezzo per gl'imboscati raggiungeva da noi le vette più alte ….. Che la guerra la si dovesse fare, non era questione. Ma perché il re l'aveva ordinata? Perché la facciamo? Questa domanda l'ho sentita migliaia di volte. I prigionieri che facevamo, austriaci, ungheresi, cechi, bosniaci, erano anch'essi tutti contadini e operai. Altra scoperta: anche dall'altra parte, la guerra la facevano i contadini e gli operai. E anche loro, perché la facevano? Altra domanda che ho sentito migliaia di volte. Di qui, quel rispetto sacro per tutti i prigionieri, che mai, in nessuna parte del mondo, deve essersi rivelato più continuo: si offriva loro pane, vino e cognac, cioccolato, tutto il possibile. Altro fatto inaudito: per la prima volta essi avevano constatato, dal primo giorno di combattimento, e da allora sempre, che i colonnelli e i generali, considerati prima monumenti di autorità e di scienza, non capivano niente. Proprio non capivano nulla, tanto da sembrare che fossero là per errore e che il loro mestiere fosse un altro. Certe azioni poi, scellerate, senza senso logico né militare né comune, studiate apposta per far massacrare i soldati inutilmente, rivelavano che il generale, in realtà, era il vero nemico. Ma chi comandava l'Italia? La critica militare si spostava elementarmente sul terreno politico. Il governo del re. Nel villaggio, il sindaco, il farmacista, l'esattore, il maresciallo, erano del partito del governo del re. Nemici anche loro? Tutti nemici. Inaudito. Il mito del re crollava.”Successivamente alla cattura, Efisio e gli altri suoi compagni di sventura, superati inenarrabili patimenti di fame, freddo, stanchezza, maltrattamenti e dopo settimane di viaggio a piedi o nel gelo dei carri bestiame aperti, vengono smistati in diversi campi di prigionia. A lui il destino ha riservato il campo di Skalmierschultz in Polonia. L’europa Nord Orientale a migliaia di chilometri da Villasimius. Probabilmente prima di allora non sapeva neppure che esistesse la Polonia.Il bellissimo libro di Camillo Pavan, “Prigionieri italiani dopo Caporetto”, racconta la tragedia di questi soldati spogliati di tutto e dimenticati. Le loro marce a piedi, verso i punti di raccolta, per centinaia di chilometri spesso sotto le bombe della nostra stessa artiglieria o dei nostri stessi aerei, fino alla vita ingrata nei campi. Racconti dai quali possiamo anche immaginare quale sia stata la sorte del povero Efisio la cui unica colpa è di essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.Nel frattempo in patria inizia la corsa alla falsificazione e allo scarico delle responsabilità. I vertici militari, preoccupatissimi di salvare faccia e carriera, addebitano interamente alla truppa la colpa del disastro. E’ una versione di comodo che tende a coprire mille mancanze di comandanti incapaci, errori marchiani e sottovalutazione del nemico. Una situazione per nulla strana in un ambiente, quello militare di allora, in cui il semplice soldato viene considerato poco più che un numero che deve unicamente contribuire a formare la massa d’urto destinata all’assalto ed al sacrificio nel carnaio della guerra. Con queste premesse nulla vi è di strano che il governo italiano su pressione dello stato maggiore dell’esercito, nonostante le continue richieste di Austria e Germania, si rifiuti di fornire qualunque aiuto alimentare a quei suoi figli prigionieri e si opponga persino alla scambio di malati gravi proposto dal nemico. Di conseguenza mentre i prigionieri francesi, inglesi e russi, (ne abbiamo rintracciati diversi concentrati nello stesso campo di Efisio), ricevono dai rispettivi governi gli aiuti tramite la Croce Rossa, la sorte degli italiani è nerissima perché né gli austriaci né i tedeschi, hanno di che nutrire i loro prigionieri che sono in numero di molto superiore alle loro previsioni. Del resto, a ricordarci in quale considerazione viene tenuto il nostro soldato è sufficiente la circolare nel settembre 1915 con la quale il Generalissimo Cadorna, comandante supremo, ricorda che durante gli assalti “ognuno deve sapere che chi tenti ignominiosamente di arrendersi o di retrocedere sarà raggiunto dalla giustizia sommaria del piombo delle linee retrostanti o da quello dei carabinieri incaricati di vigilare alle spalle della truppa”. Queste direttive vengono rigorosamente applicate al fronte. Spesso alle spalle dei fanti mandati all’assalto contro le trincee nemiche vengono installate delle postazioni di mitragliatrici con l’ordine di sparare su coloro ai quali il cognac generosamente distribuito non avesse infuso sufficiente coraggio per offrire allegramente il petto al piombo Austro Tedesco. Con queste premesse e con questi livelli di umanità la conclusione è “meglio che crepassero di fame quei vigliacchi di Caporetto” anche come monito per tutti: arrendersi non conviene, se non si viene uccisi dai carabinieri si finisce prigionieri e affamati. E la fame, già patita nei lunghi viaggi verso i campi, diviene insieme al freddo e ai maltrattamenti, la compagna ossessiva di una prigionia resa ancora più dura dalla sensazione di essere soli e dimenticati da una patria ingrata che arriva anche al punto di ritirare il sussidio di guerra ai familiari dei soldati che si lasciano prendere prigionieri. La fame strema i corpi e le coscienze, la dignità diventa una parola vuota davanti alle dispute per suddividersi le misere razioni fornite da carcerieri, a loro volta affamati, o per conquistare gli avanzi di cibo dalle baracche dei malati terminali di tubercolosi alleati, considerati meno sfortunati dei nostri. “La fame continuata non ci faceva pensare che al mangiare; si parlava di questo, si pensava questo, si ricordava questo; si viveva per una misera scodella di sbobba da maiali che veniva data 2 volte al giorno, e per un tozzo di pane nero di 350 grammi” composto da patate, acqua e ghiande, con l’aggiunta di segatura e paglia. E si parla degli ufficiali perché per i soldati la razione è di circa la metà. Un’ altra tortura è il freddo. Si vive, a temperature polari, in baracche di legno piene di spifferi. Gli uomini devono dormire su luridi pagliericci pieni di trucioli pidocchi e detriti, abbracciati l’uno all’altro cercando di scaldarsi a vicenda ed evitando di alzarsi durante la notte per paura di perdere il loro posto. In questo inferno dantesco il pensiero dei prigionieri è sempre rivolto alle famiglie dalle quali non si riceve alcuna notizia. Efisio, superato chissà come il gelido inverno del Nord Europa, scrive a casa l’otto aprile 1918 una ultima lettera con il suo italiano approssimativo: “Carissimi madre e padre vengo colla mia notizia onde vi assicuro la mia otima salute cosi sempre vorrei isperare sempre di voi e tutti in famiglia iscrivete sempre facete sempre coraggio che per me dio incipenserà di più non posso dirti sollo abracialla contanti baci mille a padre e fratelli e sorelle e tutti i miei parenti. Saluti pure cuelli che domandano di me saluti tanto la mia fidanzata e famiglia. Baci cara mamma mi firmo vostro figlio Cireddu Efisio.” Secondo l’atto ufficiale stilato dal nemico le pene terrene di Efisio cessano per “Lunghetuberkulose”, tubercolosi polmonare, tre mesi dopo, il 22 luglio 1918 su un lurido pagliericcio del lazzaretto del suo campo. Muore privo di ogni conforto materiale e spirituale, con la sola compagnia della la sua disperazione e viene seppellito al cimitero di Skalmierschultz tomba n. 574. Al contrario Cadorna e tanti altri plurimedagliati macellai della nostra storia recente moriranno nei loro letti accuditi da servi e familiari e verranno seppelliti con tutti gli onori. Insieme ad Efisio altri centomila infelici nostri connazionali perdono la vita nei campi di prigionia: il quintuplo dei prigionieri di altre nazioni, che, al contrario della nostra, non dimenticano i loro figli in disgrazia. Ufficialmente le cause principali di morte sono due: la tubercolosi (oltre il 50%) e la fame. Ma in quest’ultimo caso si annota pudicamente nei registri una morte per “edema” perché la morte per fame ufficialmente non può esistere. Quanto alla tubercolosi, Pavan nel suo libro nota: “è difficile non identificare in questa tubercolosi di massa il processo finale di mesi e mesi di stenti, aggiunti al clima rigido dell’Europa centro settentrionale, affrontato senza le più elementari protezioni.” Ma non è tutto: quelli che, a guerra finita, riescono a fuggire dai campi e rientrare in Italia vengono trattati molto duramente dai nostri comandi. Tanti di loro finiscono in un altro campo di concentramento dove subiranno anche l’umiliazione di una inchiesta penale per diserzione. I “traditori di Caporetto”, vergogna della Patria, pagano per tutti.

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mercoledì 27 giugno 2007

Quando Zio F. andava in moto

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Mio zio F. era, per noi ragazzi, un personaggio eccezionale.
Reduce della prima guerra mondiale, spesso ci estasiava con i racconti delle sue imprese militari. Avevamo ormai perso il conto di quanti austriaci avesse ucciso con bombe a mano, baionette, mitragliate e forse anche a morsi, e ci domandavamo come diavolo avesse potuto fare l’Austria a resistere ben tre anni contro un simile eroe.
Molti di noi lo ricordano ancora quando, in occasione di ogni 4 novembre, radunava in piazza i suoi camerati e, con l’elmetto in testa, lui, che era il più alto in grado in quanto sergente maggiore, dopo avere fatto l’appello dei caduti concludeva ogni suo intervento, anche in tempi di Repubblica, con la frase “viva l’ITALIA viva il RE!” .
Ma lo spettacolo eccezionale era rappresentato dal vederlo fiero ed impettito sulla sua motocicletta, una MV AGUSTA. (In verità apparteneva al figlio V., mio cugino, che per motivi di lavoro abitava a Roma e che la aveva lasciata in custodia al padre). Questa moto era la croce e la delizia di zio F. che gli aveva anche “cuncordato” un rimorchio per la sua barca da tre metri che a noi ragazzini sembrava grande quanto l’Arca di Noè.
Il suo tormento era che la motocicletta fosse per lui troppo ingombrante e complessa. Non riuscendo a manovrarla per poter uscire direttamente dalla sua casa di via del mare, si vedeva infatti costretto a spingere il mezzo a braccia fino alla vicina piazza Incani dove, tra la divertita ammirazione di noi ragazzi, e la preoccupata premura della moglie, zia A., iniziava il solenne cerimoniale della partenza.
Dopo avere applicato una molletta da bucato sull’orlo del pantalone, si metteva in sella e, forse per un difetto della frizione, o chissà magari per la sua scarsa dimestichezza, dopo avere acceso il motore, scalciava con decisione sul pedale del cambio per innestare la prima marcia e la moto, scoppiettando, schizzava bruscamente in avanti.
Per anni, ogni mattina, lui partiva verso la sua cava di granito a Piscadeddus, sollevando nuvoloni di polvere in quanto, per garantirsi un buon equilibrio nella fase delicata della partenza, strisciava i piedi sulla strada sterrata per qualche centinaio di metri raggiungendo un normale assetto da viaggio solo in prossimità della casa di Mario Vollero. (A quei tempi la via Roma non era a senso unico come adesso). Inutile dire che questa sua particolare tecnica di partenza lo portava a cambiare più spesso le suole delle scarpe che le gomme della moto, ma di questo certamente non si lamentava Efisio BOI il suo calzolaio di fiducia.
Un giorno decise di portare il Sindaco di allora, sig. Melis meglio noto come “stampu nieddu” a visitare la cava. Arrivato puntuale in Piazza Incani spingendo a braccia come al solito la MV Agusta, fece accomodare il sindaco, assai più alto di lui, sul sedile posteriore e, sempre con gli stessi metodici gesti, dopo avere messo in moto, scalciò sul pedalino del cambio, avviando il rumoroso e scoppiettante mezzo verso Piscadeddus attraverso la tortuosa strada che costeggiava il mare, inseguito dalla solita nuvola di polvere.
Dopo qualche decina di minuti, arrivato a destinazione, si accorse con sgomento di avere perso il sindaco per strada! Disperatamente tornò indietro controllando ogni buca, ogni cunetta ogni cespuglio affacciandosi persino dalla scogliera verso il mare alla affannosa ricerca del primo cittadino: tutto inutile. Del Signor Melis nessuna traccia, pareva si fosse volatilizzato. Affranto rientrò a casa e confidò a quella santa donna di zia A. la sua disperazione.
“Povero sig. Melis, come farò a dirlo alla moglie?” ripeteva disperato…
Zia A. lo fece sfogare un po’ e alla fine affettuosamente lo tranquillizzò.
“Non ti preoccupare”, gli disse sorridendo,,, “signor Melis sta bene ed è già a casa sua”
“Ma come è possibile?” disse lui, “era seduto sul mio sedile posteriore e chissà dove lo ho perduto, deve essere caduto in mare!”
“Certo” rispose zia, “era seduto dietro di te ma aveva i piedi in terra,,, e quando sei partito, come sempre troppo bruscamente, la moto gli è passata sotto il sedere ed è rimasto li, dritto a gambe aperte al centro della piazza!”
G.C.

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Uomini sul fondo

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STORIA DEL SOMMERGIBILISTA ANTONIO DIANA
L’otto ottobre 1940, all’inizio della 2 guerra mondiale, il sommergibile FOCA, al comando del capitano di corvetta Giliberto, lasciava la base di Taranto. Scopo della missione era quello di posare delle mine nelle acque della Palestina, allora controllate dagli inglesi. A bordo si trovava anche il capo cannoniere in seconda Antonio Diana di 27 anni. Aveva poco prima salutato e consolato dal pianto la giovanissima moglie Angela, (che lui chiamava affettuosamente LINA), sposata l’anno precedente, affidandole tutto il suo ultimo stipendio del quale si era tenuto solo 20 centesimi, - “per comprarmi il giornale” le aveva detto — e la fede nuziale con la promessa di donarla a S. Antonio in segno di ringraziamento appena fosse tornato dalla missione. Antonio ostentava in ogni circostanza una serenità dovuta sia alla profonda fede cristiana, - era molto devoto a S. Antonio — sia alla convinzione che la flotta sommergibile italiana fosse, così come era considerata a quel tempo, la più potente del mondo. Purtroppo, per lui e per tanti altri, gli eventi successivi dimostrarono che le cose non stavano affatto così...
Nato nel 1913 e cresciuto nella povera Villasimius di quegli anni, ebbe la fortuna di studiare sotto la guida di un un suo zio materno che era sacerdote — (la mamma si chiamava Angela Cogoni) - cosa che lo aiutò moltissimo per la sua carriera militare che intraprese a 16 anni andando a fare parte, con Enrico Masala ed altri, di quella che affettuosamente veniva chiamata nella sua base “la banda dei sardi”.
Tonino, viene prima imbarcato come cannoniere nella cacciatorpediniera “Ippolito Nievo” e, una volta promosso 2’ sottocapo entra a fare parte dell’equipaggio del sommergibile FOCA di stanza a Taranto.
In arsenale fa amicizia con Alfredo Rossi, un ex sottufficiale della Marina di origine algherese, il quale sentendolo parlare in sardo con degli amici, lo invita a casa a bere un bicchiere di vino.
La acerba bellezza di Lina, la figlia allora tredicenne di Rossi, unita al desiderio di avere un affetto stabile dopo tanti anni di girovagare, fanno sbocciare l’amore tra i due giovani i quali, dopo un lungo fidanzamento, si sposano il 3 Giugno del 1939.
Il lavoro e le missioni belliche lo portano spesso lontano dalla moglie: il suo battello è solitamente di stanza a La Spezia ma appena può corre a Taranto ad abbracciare le moglie che è rimasta al sicuro presso la famiglia.
La vita di bordo era assai dura. Si stava chiusi per settimane in un cilindro d’acciaio che si muoveva nelle profondità marine, in uno spazio fisico ridotto talvolta a meno del minimo indispensabile. L’atmosfera respirata era pregna di odori, di puzza di gasolio, di lubrificante, di umido, di metallo, di umanità. La privacy era, ovviamente, sconosciuta e sul battello c’era a disposizione un solo locale igienico per tutto l’equipaggio. L’acqua era un bene inestimabile da consumarsi con molta parsimonia e il cibo, per settimane, assumeva un sapore costante e uniforme.
C’era la guerra e su tutto e tutti aleggiava la falce di quella “Monna Morte” che i sommergibilisti cantavano, quasi ad esorcizzare la paura, in una loro canzoncina che oggi appare retorica e un pò patetica.
Lina aspettò inutilmente il marito per settimane fino a quando dal Comando le fecero sapere che il sommergibile era disperso e che non c’era più alcuna speranza. L’ormeggio riservato al FOCA venne assegnato ad un altro battello.
Si disse che la causa più probabile sia stata la esplosione prematura di una delle mine che si era intenti a posare. Contrariamente ad altri sommergibilisti dati per morti e riapparsi alla fine della guerra, Tonino non tornò mai da quella missione nelle acque della Palestina. Lui e i suoi compagni furono inghiottiti sul fondo del mare senza avere neppure il tempo di organizzare qualunque tipo di manovra di emergenza. Da allora riposa rinchiuso nella sua urna di acciaio squarciato, e di lui resta solo qualche foto ingiallita e la sua medaglia
E ancora oggi con i suoi novanta anni Lina, quasi a riscatto del forte dolore subito, accarezza teneramente il sogno del principe azzurro della sua gioventù.


N.D.R. LA SIGNORA LINA, VEDOVA DEL SOMMERGIBILISTA ANTONIO DIANA, QUESTA ESTATE CI HA FATTO UNO SPLENDIDO REGALO VENENDO A VISITARCI A VILLASIMIUS.

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Indirizzo: Associazione “Cittadini per Villasimius” fermo posta - 09049 Villasimius (CA )

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